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Narset è una planeswalker che usa il mana bianco, blu e rosso.

Nel primo presente di Tarkir era il Khan dei Jeskai. Aiutò Sarkhan Vol nella sua missione guidandolo fino al Fulcro dove venne uccisa da Zurgo. Nel nuovo presente del suo mondo non è diventata Khan (per via dello scioglimento del clan avvenuto nel passato alterato proprio da Sarkhan), ma divenne un'allieva di Ojutai fino a diventare una maestra. In seguito scopri le pergamene nascoste del passato del suo mondo e alla fine accese la sua scintilla diventando una planeswalker. Ora Narset viaggia nella cieca eternità per scoprire nuovi mondi. Rimane però devota al suo piano natale, Tarkir. Sa che il suo misterioso passato potrebbe celare la chiave per ottenere magie perdute, un potere che potrebbe portare vantaggi non solo al suo clan, ma all’intero Tarkir. Per questo procede infaticabile e cauta nella sua ricerca. Oltre a essere un'esperta di arti marziali, ha la capacità di annullare la magia usata contro di lei e di intensificare quella degli altri. Fa parte del Circolo della Storia.

Maestra illuminataModifica

Maestra di arti marziali, allieva e mistica, Narset ha esercitato la disciplina mentale ed è in grado di compiere gesta fisiche sorprendenti. Trascorse la gioventù girovagando, perfezionando le sue capacità di combattimento nelle terre selvagge. I suoi viaggi la portarono nelle terre di altri clan ed ebbe la possibilità di studiare con attenzione le altre culture. La sua conoscenza pratica degli stranieri è superiore alla maggior parte degli allievi Jeskai ed è un vantaggio per il suo ruolo di guida. Khan dei Jeskai, Narset è attenta alla sicurezza del suo popolo e guida il suo clan dalla Fortezza dell'Occhio Saggio, centro nevralgico dei Jeskai. Alcuni narrano che Narset possieda un potenziale segreto, un potere o vocazione che la porterà a compiere imprese ancora più grandi, ma al momento ella si dedica completamente alla guida del suo clan. Dal momento che ogni fortezza Jeskai ha il proprio insegnante, la propria scuola di arti marziali e i propri insegnamenti arcani, capita a volte che possano nascere dei conflitti tra le fortezze. Narset è l'arbitro finale per ogni conflitto tra i membri del clan o tra le scuole, gode della massima stima da parte dei membri del clan e, sotto la sua guida, i Jeskai hanno vissuto rapporti relativamente di pace all'interno del clan per quasi dieci anni.

IlluminataModifica

Narset sentiva le sue gambe addormentate, quando era una studentessa non aveva mai avuto questo problema durante la meditazione. Non era concentrata, ma per i centinaia di monaci che meditavano con lei nella piazza, stava meditando immobile come sempre. Che apparisse tranquilla e serena non significava che lo fosse, così come non mostrare emozioni non significava che non ne provasse o che non potesse mostrarle: era il suo ruolo a impedirle di mostrarle. La sua mente correva velocemente come avveniva spesso, altri avrebbero deciso di impedirlo, ma lei la lasciava vagare libera. Avrebbe fatto finta di trovare la serenità, così come altri Jeskai, ma non avrebbe permesso alla sua quieta contemplazione di essere tradita.

Narset ricordò che da giovane aveva il medesimo "problema" o almeno così dicevano i suoi insegnanti. Aveva sempre vissuto nella sua psiche, ma non nel modo desiderato dai suoi maestri. Sognava mondi fantastici e utilizzava le pergamene delle lezioni per disegnarli, scatenando la collera degli anziani. Trovava la pace nella sua mente e aveva spesso difficoltà a interagire con gli altri, era come se i suoi pensieri fossero sempre molto più avanti rispetto alle sue parole. Relazionarsi con gli altri era faticoso, non sapeva mai cosa dire, finendo spesso per parlare a sproposito, un'umiliazione per lei davanti agli insegnanti e ai compagni di classe. Riuscì a passare oltre le interazioni fallimentari nella sua mente e scoprì che i mondi immaginari erano più clementi. Lo studio fu per lei un modo per sfuggire alla sua ansia e accolse volentieri la storia e la filosofia memorizzando il più possibile degli insegnamenti Jeskai, impressionando positivamente i suoi insegnanti, ma continuando a sentirsi una straniera. Le piaceva allenarsi con quelli che l'avevano derisa, li umiliava facilmente in combattimento così come loro l'avevano umiliata con le loro parole. Quando fu grande abbastanza ed ebbe superato tutte le prove fisiche e psicologiche, intraprese la via del guerriero errante e fu in grado di apprendere nozioni sugli altri clan attraverso l'osservazione e alcuni sfortunati eventi in cui fu costretta a combattere e uccidere membri dei clan rivali pur di soppravivere. Vide che Tarkir era un luogo crudele e diviso da lotte e riferì le sue opinioni al suo popolo. Negli anni successivi in molti chiesero di conoscere le sue idee, fino al momento in cui gli anziani le assegnarono il titolo di Khan dei Jeskai. Narset tornò al presente, aveva affrontato i clan e conosceva le loro tattiche, ma sebbene ora fosse il Khan si sentiva ancora una straniera, proprio come quando era ancora una ragazzina, con la sola differenza che adesso lo nascondeva. Pensò che era proprio quello ad averle dato la forza di compiere le azioni necessarie, osservando i Jeskai come se non fosse una di loro.

La campana suonò, indicando il termine della sessione, i monaci rivolsero la loro attenzione a lei e Narset disse che il loro più grande ostacolo verso il cammino dell'illuminazione erano loro stessi, che la profonda comprensione dell'universo derivava dalla profonda comprensione di loro stessi, che presunzione e malvagità oscuravano tali comprensioni e quindi dovevano lottare per allontanarle da loro e dal mondo. Narset detestava quei detti, facevano parte della tradizione ma non avevano alcun valore, presentavano una verità sfocata con qualche attinenza alla realtà, la metteva a disagio essere costretta a distribuire saggezza quando a volte sarebbe stato meglio restare in silenzio. Pensò che avrebbero dovuto trovare la via da soli e invece si affidavano a lei per scoprire come raggiungere l'illuminazione, da tempo era giunta alla conclusione che i Jeskai avevano bisogno di una guida, una filosofia per gli amanti delle tradizioni su cui dibattere negli anni a venire, credeva che quella fosse la distinzione, nelle loro menti, tra loro e i decadenti Sultai o gli anarchici Mardu. I monaci si inchinarono e si alzarono per andare via, la sua guardia personale, Shintan, le fece un cenno, le usanze le imponevano che dopo la fine della sessione di gruppo quotidiana meditasse per conto suo e Narset sapeva che nonostante il compito di Shintan fosse quello di garantire la sua sicurezza, il monaco era al tempo stesso anche al servizio degli anziani e gli era stato chiesto di accertarsi che lei rispettasse le cerimonie. Dopo che l'ultimo monaco uscì, Shintan cercò una posizione vantaggiosa per assicurarsi che lei fosse presente, appena si girò, Narset ruotò e si alzò mettendosi dietro alle statue e costruì rapidamente la sua controfigura che indossava le sue stesse vesti e aveva un melone come testa, da vicino l'inganno sarebbe stato evidente, ma alla distanza in cui si trovava Shintan era sufficientemente realistico. Narset uscì rapidamente e si avviò dentro la Fortezza dell'Occhio Saggio dove erano custoditi gli Annali dell'Occhio Saggio il suo interesse nei confronti delle reliquie e delle pergamene al loro interno era velocemente cresciuto. Comprendeva che alcuni avrebbero potuto pensare che stesse trascurando i suoi doveri: ogni giorno c'erano rapporti di aggressioni da parte dei Sultai e dei Mardu e di notizie di scontri tra Temur e Abzan; i combattimenti stavano per giungere a un punto di rottura e le risorse stavano iniziando a scarseggiare. Gli Annali erano di un migliaio di anni fa e parlavano del tempo dei draghi, ciò che l'affascinava non erano però quegli antichi predatori bensì i rapporti sulla collaborazione tra i clan per sconfiggere i draghi. Riuscì a scoprire di una serie di scontri brutali e della diminuizione del potere dei draghi, ma non come i clan fossero riusciti a collaborare. Imparò che Ugin aveva una connessione con Tarkir in modi che i Khan non potevano comprendere, che qualcuno ritenesse che se ne fosse andato ma che non fosse morto; le rune dello spirito drago scritte in una lingua antica che non era né draconica né legata ai clan, con strani simboli scolpiti nella roccia, erano indecifrabili. I tunnel sotto la fortezza erano oscuri e lei possedeva solo una semplice candela, ma fece del suo meglio per scoprire informazioni su Ugin e Nicol Bolas.

Narset tornò velocemente indietro facendo attenzione a non farsi vedere da nessun membro del suo clan. Con sua enorme sorpresa vide otto orchi Abzan, ognuno brandiva un'arma da taglio e due erano arcieri, non la videro e lei si nascose dietro una colonna. Vide che due di loro avevano catturato Shintan, che il suo fantoccio era stato distrutto e una freccia era conficcata nel melone; se fosse stata presente avrebbe colpito la sua testa. Il comandante degli orchi urlò a Shintan che era a conoscenza della loro venuta e chiese dove fosse Narset, il monaco restò in silenzio e non mostrò alcuna reazione nemmeno quando i suoi nemici gli piegarono le braccia dietro la schiena più di quanto fosse fisicamente possibile. Narset osservò attentamente gli orchi e capì che non erano dei veri Abzan ma rinnegati di quel clan, fu stupita dalla loro determinazione e dal loro successo di arrivare lì nel luogo più remoto dei Jeskai evitando tutte le pattuglie aeree, non possedeva alcuna arma con sé ma l'elemento sorpresa era dalla sua parte e contava sui suoi anni di addestramento per sconfiggere quei presunti assassini. Narset si mosse rapidamente verso i tre orchi più vicini e saltò, mise entrambe le mani sulle spalle di quello al centro e colpì con un doppio calcio le teste dei due orchi ai lati, atterrò di fronte all'orco centrale e si girò colpendolo sul lato sinistro del petto al momento giusto, dopo aver calcolato il suo battito per arrestare il suo cuore con il suo palmo. Grazie al caos che aveva provocato, Shintan riuscì a liberarsi e si unì alla battaglia contro i due che lo avevano immobilizzato e Narset si concentrò sugli ultimi tre orchi tra cui il comandante. I due vinsero facilmente e tutti gli orchi si ritrovarono a terra sanguinanti, alcuni privi di vita sul pavimento del tempio sacro. Ripresero fiato e Shintan disse che era riuscito a estorcere informazioni a un orco prima di finirlo e che quell'attacco era opera di Taigam che voleva vendicarsi per gli assassini che lei aveva inviato per ucciderlo. Narset capì che gli orchi erano arrivati alla fortezza grazie alle informazioni del suo ex-allievo, non aveva inviato nessun assassino per ucciderlo ma ciò non implicava che non l'avesse fatto un altro Jeskai, rispose che non era a conoscenza di nessun assassino e Shintan disse che avrebbe dovuto riferire agli anziani che aveva abbandonato la sua meditazione. Lei si mosse in direzione del fantoccio caduto e rispose che in tal caso avrebbe riferito che l'avevano sopraffatto e che una freccia le avrebbe trapassato il cranio, il monaco la guardò torvo e poi si assicurò che gli orchi ancora in vita non potessero muoversi. Gli orchi vennero imprigionati e diedero tutti la stessa versione: Taigam li aveva assoldati per vendicarsi dell'attentato alla sua vita. Gli anziani erano pronti a ritenere che stessero mentendo, e Narset comprese, per coprire il tradimento di uno di loro o di tutti, Shintan disse che temeva l'arrivo di altri attacchi mentre lei non mostrò alcun timore. Narset sapeva che Taigam non era l'unico a voler uccidere lei o i Jeskai, era a conoscenza dei piani del suo popolo per uccidere gli altri, Taigam e gli anziani erano un sintomo di un problema più grande, Tarkir era un mondo devastato dalla guerra e forse le antiche rune di Ugin non le avrebbero dato nessuna risposta e il suo mondo era davvero condannato.

Narset andò a meditare sul picco della montagna, ignorando i freddi venti e la neve, con il sorgere del sole che le accarezzava la pelle, lontano da tutti e dalle sue responsabilità, senza cercare più una risposta ma aspettando che la risposta trovasse lei. Vide l'oscurità della sua mente e trovò la pace: non stava dormendo, ma stava sognando i mondi della sua gioventù che si muovevano velocemente davanti a lei.

Alla Ricerca del FulcroModifica

Narset stava meditando, come sempre all'alba. Era concentrata sulla sua respirazione, il silenzio era assoluto, profondo nell'anima, la sua mente andava alla deriva nella quieta contemplazione, nell'analisi degli antichi misteri. Richiamò i suoi studi, le rune confuse dello Spirito Drago volteggiavano di fronte ai suoi occhi, sempre di poco oltre la possibilità di comprensione. Uno studente meno disciplinato si sarebbe lasciato andare alla rabbia, mentre Narset aveva addestrato la pazienza per molti anni, l'illuminazione richiedeva tempo e lunghi silenzi per permettere ai significati nascosti di emergere. Si concentrò più intensamente e ascoltò, aveva trascorso così tanti mesi in quel modo, avvicinandosi all'essenza, ma senza mai raggiungerla del tutto. Quel giorno fu diverso, nella serenità colse un barlume, una minima traccia di una parola: guarigione. Sentì uno stimolo psichico, poi uscì dallo stato di trance e si trovò a osservare la tinta dell'alba sul picco della montagna. Dalle nuvole intorno al picco emerse una forma maestosa, un Kirin, un messaggero del destino che si arrestò e inclinò il capo verso di lei; i loro sguardi si incrociarono, Narset annuì e la creatura magica si voltò e si diresse verso nord-est. Narset rimase immobile e comprese: Tarkir le aveva comunicato attraverso le parole di Ugin e la comparsa dell'araldo; il destino del mondo si trovava in quel luogo da qualche parte in quella direzione. Avrebbe dovuto incaricare qualcuno per supervisionare le attività del clan durante la sua assenza, girovagare alla ricerca di saggezza era parte di ogni vocazione Jeskai, Narset sorrise e raccolse il suo bastone.

Durante il suo viaggio Narset vide un uomo in ginocchio borbottare tra sè e chiese se fosse alla ricerca della serenità, lui alzò lo sguardo e la vide, chiese se ciò che vedeva fosse reale e lei scese dal macigno e atterrò con delicatezza. Si avvicinò lentamente, stendendo una mano e rispose che era lì, lui indietreggiò, ma poi si arrestò quando le dita di lei sfiorarono la sua fronte. Narset lo guardò negli occhi e disse che vedeva un altro con e intorno a lui, come un'eco di un'ombra, indietreggiò e interruppe il contatto. Lo sciamano si sollevò, si appoggiò al suo bastone e chiese se anche lei lo sentiva, una voce interiore, un pensiero che non le apparteneva; tutti dicevano che lui era folle e che nessun altro riusciva a sentire la voce, un sussurro senza fine. Spiegò che non aveva mai un momento di pace e poi chiese come faceva a sapere dell'esistenza della voce. Lei rispose che l'aveva solo percepita nella sua aura e aggiunse che la sua venuta era stata predetta, gli disse il suo nome: Narset, e che risiedeva in quel luogo insieme a coloro che cercavano l'illuminazione, guidava il suo clan verso un destino più elevato. Lo straniero annuì e disse che aveva sentito parlare dei Jeskai, ma non ne aveva mai incontrato uno in battaglia e che il suo Khan riteneva che fossero deboli, alla continua ricerca di qualche verità immaginaria. Narset rispose che chi possiede la vera forza non la rivela finchè non fosse davvero necessario, si voltò e colpì il macigno con tre dita, con un breve movimento, la pietra si ruppe in maniera ordinata, dividendosi a metà come un uovo. Il Khan dei Jeskai disse che le loro fortezze erano ancora salde, anche dopo molti tentativi di conquista, poi chiese il suo nome e di lasciare che lei sentisse il suo racconto. Lui disse il suo nome: Sarkhan Vol, e lentamente, in maniera straziante, mise insieme i racconti dei suoi viaggi dopo la partenza dal Reame di meditazione di Bolas, della voce che gli parlava continuamente, guidandolo fino al suo ritorno a Tarkir, del cammino verso la guarigione del suo mondo. Narset ascoltò, a volte poneva una domanda,  senza interrompere, attendendo una delle tormentate pause di Sarkhan  e quando lui raccontò del suo girovagare tra i piani, gli occhi di lei si spalancarono per alcuni istanti, ma poi annuì come se avesse scoperto qualcosa di prezioso e alla fine chiese se poteva analizzare il frammento di roccia che pendeva dal suo bastone. Narset studiò gli strani segni e disse che aveva già visto qualcosa di simile, che erano antichi e solo le tradizioni meno note ne parlavano, segreti che solo il fuoco draconico era in grado di rivelare. Chiese come aveva fatto a entrare in possesso di quella reliquia e Sarkhan rispose che proveniva dall'Occhio, lei chiese di cosa stesse parlando e lui pronunciò il nome completo del luogo. Gli occhi di Narset si spalancarono nuovamente e chiese se fosse a conoscenza di Ugin e se fosse stato nel suo luogo più sacro. Sarkhan rispose che era una trappola e che Bolas gli aveva detto che lo Spirito Drago era morto, ma forse gli aveva mentito. Narset disse che non era una menzogna, Ugin era morto e con lui tutta la sua progenie di draghi. Sarkhan replicò che Ugin gli parlava, tormentandolo continuamente di andare alla sua ricerca, l'aveva portato in quel luogo e ora gli diceva solo la parola guarigione. Narset disse che la voce dello Spirito Drago l'aveva portato da lei e che forse poteva trovare una tregua per le sue sofferenze e forse anche qualcosa di più, il loro mondo era in rovina, quando i draghi erano vivi i clan lottavano contro di loro per la sopravvivenza, ma quando l'ultimo drago morì, si scagliarono gli uni contro gli altri e l'equilibrio si spezzò. Spiegò che ora anche le fortezze tranquille dei Jeskai conoscevano il rumore della guerra, che gli Abzan lasciavano le loro solide fortezze per andaare in cerca di nemici, i Sultai inviavano eserciti di non-morti, i Temur scendevano dalle loro montagne e i Mardu cavalcavano, saccheggiavano e distruggevano; avevano smarrito la loro via e temeva che presto tutto ciò che i clan avevano costruito si sarebbe sgretolato fino a essere dimenticato anche il loro passato. Sarkhan abbassò le spalle e disse che allora aveva fallito nuovamente, che Tarkir era già morto e Ugin era solo un sogno. Narset scosse la testa e rispose che Ugin era molto di più, era l'anima del loro mondo e che quando venne sconfitto la forza di Tarkir venne meno, ma forse qualcosa era ancora presente, qualcosa che lui poteva essere in grado di risvegliare, disse che forse la pietra che possedeva poteva essere la chiave. Sarkhan disse che anche lui l'aveva chiamata in quel modo e pensava che avrebbe potuto sbloccare i segreti dello Spirito Drago, lo sciamano usò la sua magia draconica e i segni brillarono e vorticarono formando delle parole. Narse si avvicinò nonostante il calore e disse che si trattava di una frase presente anche nelle antiche pergamene: "osserva il passato e apri la porta a Ugin". Sarkhan scosse la testa e disse che Bolas aveva detto di aver messo Ugin dove ora giace e Narset chiese se sapesse dove fosse e lui rispose di no, che la voce parlava di una porta e che la stava cercando anche se non aveva alcuna guida a mostrargli la strada. Narset disse che ora ne aveva una, che il luogo dove cadde Ugin era noto a pochi, ma era scritto negli Annali dell'Occhio Saggio e come sua custode aveva letto la traadizione e poteva portarlo alla tomba dello Spirito Drago.

Il cielo notturno scintillò e sibillò mentre Narset e Sarkhan salivano lentamente verso Qal Sisma, lungo un cammino costruito di ricordi e terra. Si fermarono, Narset preparò del tè e Sarkhan accettò la scodella fumante e bevve, poi, le disse che era già stato su quelle montagne e aveva ascoltato con coloro che parlavano con il passato. Narset annuì e disse che gli sciamani Temur avevano una connessione speciale con l'anima del mondo e potevano udire gli spiriti dei defunti e gli echi delle epoche passate e future che loro chiamavano il presente non scritto; pensava che fosse la vicinanza del Fulcro a offrire loro quei doni. Sarkhan chiese cosa fosse e Narset spiegò che il Fulcro era un luogo che si trovava nelle profondità del burrone, dove riposavano le ossa di Ugin e che in quel luogo la realtà era in continuo mutamento, come se cercasse una forma finale senza mai trovarla. Disse che i cercatori avevano tentato di avvicinarsi ma nessuno era stato in grado di entrare e i pochi che tentarono vennero fatti a pezzi. Sarkhan chiese se fosse quel luogo la loro destinazione e Narset annuì e disse che portava un talismano che conteneva le parole di Ugin e che forse uno come lui che poteva attraversare i mondi era in grado di sopportare la violenza del Fulcro. Dopo quella conversazione i due proseguirono in silenzio, Sarkhan disse che lo Spirito Drago gli stava parlando e la sua voce era più forte. Narset indicò la via di accesso alla tomba di Ugin e il misterioso bagliore investì il suo volto, Sarkhan si fermò e Narset gli disse che aveva scoperto il suo cammino e che lo Spirito Drago gli indicava la via. Poi, con un urlo bestiale, Zurgo che aveva aspettato nascosto l'arrivo dell'ex-Mardu si lanciò dalla rupe dietro di loro fendendo colpi con la sua spada. Narset si mosse velocemente e sollevò il suo bastone bloccando l'affondo letale, l'orco ululò e attaccò con un pugno che sbattè contro il palmo del Khna dei Jeskai. Narset  urlò a Sarkhan di andare, che percepiva il potere del Fulcro ancora più forte e che lei sarebbe rimasta a guardia del passaggio. Sarkhan disse che non le avrebbe fatto combattere le sue battaglie e Narset replicò che doveva, che il momento era quello giusto e qualsiasi destino Ugin avesse in serbo per lui, quello era il momento di scoprirlo. Sarkhan si voltò e iniziò a correre lungo il percorso, Narset e Zurgo continuarono a combattere, l'orco sembrava non avere alcuna possibilità di vittoria, tuttavia, Zurgo si mosse con velocità, evitò il colpo del bastone e colpì Narset con la sua spada. Lei si arrestò, sembrava immersa in meditazione, si voltò verso Sarkhan e prima di crollare a terra gli urlò di andare. 

Un nuovo passatoModifica

Quando Sarkhan Vol impedì la morte di Ugin 1280 anni nel passato di Tarkir, alterò il destino del piano e nel nuovo presente che si formò la storia di Narset cambiò.

La discepola del grande maestroModifica

Narset si trovava al mercato insieme a sua madre, le urla dei mercanti, gli arditi colori della mercanzia e gli aromi fin troppo dolci dei prodotti erano come mura che rendevano il mercato troppo stretto per lei, i muscoli delle sue gambe tremavano e non riusciva a stare ferma. Sua madre la rimproverò dicendole di non muoversi o che avrebbe finito per far cadere qualcosa e osservò le mele in cima a un alto cumulo, esitando. Narset pensò che non si sarebbe mai decisa a prenderne una e che non se ne sarebbero andate mai più, sentì aumentare il panico: la sua vista si fece confusa, le sue orecchie fischiarono e la sua fronte iniziò a sudare. Cercò freneticamente qualcos'altro che riuscisse a distrarla, ma ormai conosceva perfettamente il mercato e a otto anni non era abbastanza alta da vedere al di sopra di nessuno dei banchi o delle persone; era come se si trovasse in un labirinto senza fine, si sentì intrappolata e mise fretta a sua madre per poter andarsene da lì, ma la donna continuò a guardare le mele indecisa mentre con le dita passava sulla frutta in cima. Decise che se sua madre voleva una mela da lassù, allora l'avrebbe presa in quella zona, saltò e la sua manina si avvinghiò in uno dei lunghi steli. Ciò che accadde in seguito sembrò svolgersi al rallentatore, la mela vacillò avanti e indietro, Narset cercò di fermarla ma era già nella fase discendente del salto e quando le sue dita la toccarono la spinsero verso il bordo e la mela iniziò a cadere. La bambina poteva prevedere la traiettoria; aveva studiato la caduta degli oggetti e la sua mano raccolse la mela prima che cadesse a terra. Sfortunatamente anche le altre mele caddero intorno a lei e Narset pensò che quello non sarebbe accaduto se il mucchio fosse stato impilato in maniera compatta e ragionò che se le mele erano solo sessantacinque, ci sarebbe stata in ogni caso un'instabilità strutturale e quindi quell'avvenimento era sensato. Narset disse a sua madre che le mele erano impilate nel modo sbagliato e il mercante si infurò ancora di più con lei, la bambina cercò di spiegarsi meglio ma sua madre le mise una mano sul polso e lei si zittì, la donna le disse che doveva imparare a lasciar andare e di aspettarla fuori mentre avrebbe cercato di rimediare. Narset non perse tempo a dire che era prorpio quello che stava cercando di fare lei: rimediare, ma non voleva continuare a discutere perchè sua madre aveva pronunciato le parole che lei voleva disperatamente sentire: aveva finalmente il permesso di fuggire da quel mercato troppo stretto, poteva finalmente uscire. Si sentì libera e la prima boccata d'aria fresca le riempì i polmoni e le sollevò il morale, sentì il sole caldo sulla pelle, il profumo di pesce nel fiume accanto e l'ampio spazio davanti a lei, quelli erano segni di perfezione, il modo in cui il mondo doveva andare. Narset iniziò a correre, ciò che faceva ogni volta che si trovava davanti uno spazio inesplorato, non era mai stata in quell'estremità del mercato, la terra era nuova per lei e l'emozione la spinse lungo il fiume mentre l'irrequietezza si trasformava in piacere, il vento le soffiava tra i capelli, raffreddandole il capo e i suoi piedi conoscevano le rocce a ogni passo. Narset studiò il flusso del fiume e memorizzò i percorsoi delle correnti e dei vortici, osservò il numero e i tipi di piante che stavano fiorendo e quelle che dovevano ancora sbocciare, la sua mente era colma dei dettagli del mondo che si apriva di fronte a lei gustandosi ogni minimo elemento; pensò che quello era ciò che adorava fare: andare, trovare, imparare, cercare, correre, raggiungere. Improvvisamente sentì una voce che disse di ricercare l'illuminazione e colta di sorpresa chiese chi c'era. Non ottenne risposta e pensò che si fosse trattato solo del vento, ma la voce risuonò nuovamente nelle sue orecchie dicendole di puntare alla saggezza. Narset non vide nessuno, poi vacillò, sapeva perfettamente cosa si trovava di fronte nonostante non l'avesse mai visto, all'orizzonte vi era il più grande di tutti i santuari: il Santuario dell'Occhio di Drago. Appolaiato in cima si trovava Ojutai, il grande maestro, e sebbene fosse una figura in lontananza, lo riconobbe nel momento in cui lo vide. Il signore dei draghi continuò a parlarle e le disse di ottenere la conoscenza e di scoprire la verità. Narset aveva sentito parlare delle lezioni che il drago offriva ogni giorno dal suo piedistallo, ma non aveva mai immaginato di poterne ricevere una. Ojutai si voltò nella direzione di Narset e lei si fece piccola d'istinto, lui disse che quello era l'inizio, poteva mostrarle la via e che lei era alla ricerca della conoscenza; un viaggio verso la saggezza. Narset disse di si e pensò che lui comprendeva ciò che aveva cercato di spiegare a sua madre da tanto tempo. Il drago tenne il petto in fuori in atteggiamento fiero e disse che era venuta nel luogo giusto, che lui conosceva tutto ciò che esisteva e le avrebbe insegnato se avesse avuto la volontà di apprendere. Con un sussurro Narset rispose che voleva imparare tutto e il drago annuì. Lei lo aveva visto annuire, sapeva che non era un miraggio: sarebbe stata una sua discepola e lui il suo maestro. Da quel giorno, Narset attese sempre i viaggi al mercato con trepidazione e mai con ansia, sua madre aveva trovato gradevole il fatto che lei attendesse fuori dove non poteva ribaltare nulla e riempire la famiglia con più mele di quante potessero riuscire a mangiarne a patto che si trovasse ancora lì per portare le borse piene a casa alla fine della giornata. Le venne permesso di vagare lungo il fiume fino alla curva, dove poteva vedere meglio la forma di Ojutai e sentire la sua voce chiara e forte da lontano.

Nei tre anni successivi, Narset studiò, si allenò e fece pratica da lontano sotto la guida del suo maestro: apprese l'antica saggezza dei draghi e attinse agli infiniti pozzi di conoscenza a loro disposizione, apprese che tra tutti i draghi di quella terra, Ojutai era il più antico, il più saggio e il più potente, studiò l'aspetto draconico dell'astuzia e affinò la sua mente risolvendo rompicapi e indovinelli, allenò anche il proprio corpo osservando la forma di Ojutai e imitandone i movimenti. Narset si esercitava in ogni momento libero e aumentò rapidamente la sua forza, la sua resistenza, il suo equilibrio e la sua destrezza. Le borse che portava a casa dal mercato divennero presto leggere come borse di cotone e se avesse voluto avrebbe potuto renderle ancora più leggere lanciando una magia. La sua mente curiosa gioiva della complessità del lancio delle magie, c'erano così tanti elementi in movimento, tanti aspetti da tenere in considerazione e concetti con cui prendere confidenza. Narset si impegnò con tutta se stessa e imparò come manipolare la magia del piano, come i draghi di Tarkir avevano fatto a lungo.

Molta della sua irrequietezza svanì, ma non del tutto, l'anima di Narset era sempre agitata al pensiero di quanto fosse distante il Santuario dell'Occhio di Drago e sebbene sapesse di essere vicina a Ojutai in molti modi, la distanza fisica che li separava era grande e lei desiderava ardentemente allenarsi un giorno al fianco del suo maestro. Dalla posizione rovesciata a testa in giù, su una mano sola, sull'argine del fiume con lo sguardo fisso sul suo maestro, Narset supplicò dicendo al drago che il suo più grande desiderio era apprendere tutto ciò che poteva insegnarle, che era giunta così avanti, ma che sapeva che poteva imparare molto di più se fosse stata al suo fianco e che se l'avesse aiutata a trovare il cammino verso di lui sarebbe stata per sempre la sua più devota discepola. Una voce la salutò cogliendola di sorpresa, non era quella di Ojutai, e proveniva da qualche parte sopra il suo piede; se non fosse stata esperta nella concentrazione e nell'equilibrio Narset sarebbe crollata a terra, riuscì a mantenere saldo il proprio centro e ad abbassarsi fino a tornare in piedi con un solo leggero accenno di tremolio nella sua caviglia sinistra. Lei la guardò maledicendola, era un suo punto debole che spesso si rifiutava di collaborare durante gli esercizi, la voce disse che era notevole e lei vide un alto e maestoso aviano a un passo da lei che fece un cenno verso il suo piede sinistro e disse di non essere troppo severa e che spesso ciò che appare come un'imperfezione si rivela essere la risorsa più forte. Narset rimase a bocca aperta e lei disse che normalmente non avrebbe interrotto l'addestramento di una discepola ma che portava un messaggio urgente e Narset concluse per lei che era da parte di Ojutai e poi la chiamò dracofono Ishai e lei disse che era notevole che conoscesse il suo nome e che Ojutai aveva avuto notizie del suo impegno, che tutti loro ne erano a conoscenza, che era molto rinomata al Santuario dell'occhio di Drago e che veniva formalmente invitata ad andarci, se lo desiderava, per apprendere dal grande maestro. Narset annuì accettando.

Il loro primo incontro fu tutto ciò che lei aveva sperato: quando Ojutai l'accolse, Narset rispose in lingua draconica e il grande maestro sorrise. Negli anni successivi durante i suoi addestramenti con gli altri allievi, Narset vide sorridere molte altre volte il suo maestro, gli occhi del drago erano spesso su di lei e la giovane dava il meglio di sè quando lui la osservava. Spesso credeva che anche le sue parole di insegnamento fossero solo per lei, era come se avessero dato il via a una conversazione privata, con gli altri che potevano solo origliare. Nessun altro poteva sperare di comprendere la profondità del significato del loro legame, in quanto nessun altro possedeva una mente come la loro, Narset non voleva essere arrogante, ma quelli erano semplicemente i fatti: la sua mente era molto più simile a un drago che a quella di un umano. Apprese più velocemente di qualsiasi altro discepolo del santuario e più più imparava, più si sentiva vicina al suo maestro; avanzò rapidamente scalando i ranghi del santuario spostandosi dalle balconate minori alle terrazze più alte e dopo che sconfisse Taigam in una prova pratica, Ojutai la convocò e lei si presentò al piedistallo del suo maestro. Ojutai disse che l'ora era giunta, che la sua sete di conoscenza era la sua forza più grande, che era cresciuta forte, potente e saggia perchè non aveva mai smesso di ricercare l'illuminazione, il drago le sorrise e continuò che le conferiva il titolo di maestra che aveva pienamente meritato, con tutti gli onori e le responsabilità. Ojutai fece un inchino con il capo e appoggiò la sua zampa gigante sulla spalla di Narset che restituì l'inchino e strinse la sua mano minuta sulla zampa del drago, mentre lacrime di gioia le rigavano le guance, aveva quindici anni ed era la più giovane maestra che Ojutai avesse mai nominato, aveva raggiunto l'apice. Narset si voltò per osservare il mondo dalla cima del santuario, per la prima volta il suo sguardo non era rivolto al piedistallo del suo maestro, era una strana sensazione, sotto di lei la maggior parte dei discepoli esultarono e la giovane pensò che finalmente aveva raggiunto il suo obiettivo, ma improvvisamente qualcosa risuonò nella profondità della sua mente: ora non aveva più una via da seguire o nulla da imparare; il suo volto si fece rosso il momento iniziò a svanire e si sentì come tanti anni fa al mercato. Ojutai la guardava dall'alto con lo sguardo colmo di orgoglio e Narset era sicura che lui attendesse il suo discorso, i suoi ringraziamenti e i suoi festeggiamenti, ma non potè fare altro che combattere la brama di fuggire. Narset pensò che la colpa era del drago e il pensiero la sconvolse, ma sentiva che quel momento sarebbe dovuto essere diverso, che doveva esserci qualcosa di più: lui le aveva garantito di possedere la conoscenza su ogni cosa, ma il tutto non poteva semplicemente finire, voleva urlare, il suo viaggio non poteva essere terminato. 

TrascendenteModifica

Nonostante Narset avesse combattuto l'irrequietezza per quasi un anno dopo del suo arrivo al santuario, dopo essere diventata maestra quella stessa sensazione tornò peggiorata: sentì che doveva muoversi, andarsene e dato che non poteva più salire decise di scendere dalla montagna. La discesa fu più rapida di quanto avesse previsto, iniziò a correre e non rallentò continuando anche quando giunse in fondo non riuscendo a fermare le gambe. Non si fermò finchè non scoprì un passaggio nascosto, in un angolo della montagna, sigillato; Narset lanciò una magia per aprire la porta e trovò un passaggio e scale che scendevano. Decise di scendere e continuò fino ad arrivare in una stanza piena di pergamene, esultò, sicura che leggendole l'avrebbero condotta da qualche parte e le avrebbero insegnato di più. Mentre si affrettava verso la pergamena più vicina, si rese conto di dove si trovava: un antico archivio di cui aveva sentito parlare solo in una leggenda, un luogo che Ojutai aveva reso proibito. Scoprì che non le interessava, tutto ciò che sentiva era la necessità di ricercare e di conoscere. Con la maggiore attenzione possibile che fu in grado di raccogliere a causa dello stato famelico della sua mente, strotolò la pergamena più lunga, friabole ma intatta e scoprì che era piena di parole magnifiche: parole che trasmettevano storia, conoscenza e saggezza. Si inginocchiò sul terreno polveroso e iniziò a leggere: le antiche pergamene includevano racconti del passato di Tarkir, ma di un passato che non aveva mai appreso; alcune informazioni coincidevano con ciò che il suo maestro le aveva insegnato, ma erano presenti anche episodi nuovi e contradditori: i clan erano guidati da Khan non da signori dei draghi, vi era magia che non riconosceva e esistevano draghi anche prima di Ojutai. Le domande affiorarono spontanee in Narset: il grande maestro non era il drago più antico su Tarkir? Non era il più saggio? Non era colui che conosceva tutto? Un'idea si fece strada nella sua mente: doveva scoprire la verità e se esisteva qualcos'altro da apprendere. Quando terminò di leggere le pergamene negli archi sotto il santuario decise di cercarne di più altrove; risalì le scale di corsa, ritornò alla luce e andò a sbattere contro Taigam che le disse che era sicuro che fosse laggiù. Narset non sopportava la sua irascibilità e rispose di farla passare e lui replicò che sapevano bene entrambi che laggiù si trovava qualcosa di non adatto ai seguaci di Ojutai, in particolare per coloro che venivano chiamati maestri. Narset rispose di togliersi di mezzo e che doveva andare e Taigam disse che non aveva altra scelta se non denunciare la sua blasfemia, che aveva tradito Ojutai, scegliendo di seguire un cammino oscuro e avrebbe subito la punizione del grande maestro. Narset scoppiò di rabbia e replicò di lasciare che la punisse, poi lo superò ignorando le sue urla.

Dopo l'episodio negli archivi sotto il santuario, Narset permise all'irrequietezza di guidare le sue azioni, voleva sempre di più e c'era altra conoscenza da scoprire, lo poteva percepire ed era alla disperata ricerca di sapere. Trovò altri archivi sotto la Montagna di Cosi e a Rivo delle Ruote e in ognuno di essi trovò altre pergamene e da ciò che lesse mise insieme una visione più completa di quella storia alternativa di Tarkir: venne a conoscenza dello Spirito Drago Ugin, che era la fonte di tutta la magia sul piano e delle tempeste draconiche, imparò di un tempo in cui i clan si davano battaglia e in cui i draghi si tenevano a distanza. Per Narset era tutto affascinante ma non era abbastanza, voleva di più e nelle sue ricerche scoprì l'archivio sotto Dirgur. Diversamente dagli altri archivi non era ben conservato e sembrava che fosse stato preda di saccheggi tanto tempo fa, una parte di lei sperò che fosse completamente vuoto, sentiva che non avrebbe trovato ciò che stava cercando; poi nella quarta settimana di ricerca trovò un'unica pergamena e per un lungo momento Narset non fece altro che guardarla, poi con dita tremanti e il cuore che le batteva all'impazzata, la prese e la strotolò sul terreno. La scrittura era affrettata e sbafata come se chi l'avesse scritta sapesse di avere poco tempo a disposizione e quando la lesse capì il motivo: la pergamena conteneva una testimonianza di una riunione tra Khan, organizzata da Shu Yun tanto tempo prima. Narset lesse della speranza dei Khan di sconfiggere i draghi per salvare i loro clan, dei loro disaccordi, dei loro piani, di sar-Khan colui che aveva salvato lo Spirito Drago e di conseguenza tutti i draghi di Tarkir; e venne a conoscenza dell'ultima verità: l'incontro era stato interrotto bruscamente quando due draghi e le loro stirpi attaccarono i Khan e uno di loro era Ojutai. Quando lesse il nome del suo maestro, Narset si raddrizzò, le sue mani si serrarono e la pergamena friabile si frantumò e nello stesso istante anche qualcosa dentro di lei si frantumò e la sua scintilla si accese. Venne tirata indietro da una forza che non aveva mai sentito prima che la portò via da Tarkir e di fronte a lei apparve un mondo nuovo, inesplorato, ricco di promesse di conoscenza, di possibilità, di luoghi da visitare. Era magnifico ed era a un passo ma all'ultimo istante Narset si riprese e ansimante e tremante si accasciò sull'ultima pergamena di Tarkir.

Narset non comprendeva ancora perchè non se ne era andata, dopo quel momento aveva sentito quella forza trascinarla da dentro a ogni ora del giorno sarebbe stato facile lasciarsi andare, ma si trattenne e invece passò al setaccio tutta Tarkir; ogni crepaccio, ogni cima di montagna, convinta che ci fosse altro da apprendere o da scoprire. Dopo aver visitato tutte le terre e scoperto ogni segreto i suoi viaggi terminarono e Narset tornò di nuovo alla curva di quel fiume che aveva scoperto da bambina e si sedette. La voce roca e improvvisa di Ojutai disse che si doveva sempre trovare il tempo di riflettere su ciò che si apprendeva, la sua forma si stendeva contro i primi raggi del sole nascente, era sul suo piedistallo per l'insegnamento della lezione del mattino, si voltò verso di lei e chiese cosa avesse appreso e cosa avesse scoperto. Narset aveva pensato per molto tempo che lui l'avesse rinnegata, in base alle parole di Taigam lei era ora un'eretica e una traditrice, eppure lui la stava guardando e parlando e le chiese di cosa fosse sicura. Narset pensò che forse Taigam si era sbagliato e che Ojutai fosse ancora il suo maestro, la sua domanda risuonò nella sua mente e si rispose che conosceva Tarkir per quello che era, per la sua bellezza, per le sue meraviglie e per le sue imperfezioni. Ricordò a se stessa che spesso erano proprio quelle imperfezioni a rivelarsi le migliori risorse, sorrise al drago e pensò che era parte di Tarkir e che grazie alla sua presenza la terra, le persone e la storia erano migliori; il mondo era più forte e perfetto e ora se ne rendeva conto. Con un sussurro Narset rispose che aveva scoperto la verità e Ojutai annuì e nonostante non potesse vederlo lei seppe che stava sorridendo e si sentì riempire da un calore e una sensazione di pace. Il suo maestro continuò che dopo aver riflettuto, dovevano andare avanti e Narset concluse per lui che dovevano ricercare l'illuminazione e il drago terminò che c'era sempre qualcosa in più da scoprire, poi spiegò le ali e si sollevò in volo. Narset lo ringraziò e le sue parole vennero trasportate dal vento di Tarkir, mentre lei si lasciava andare.

Integro e non sottomessoModifica

Nonostante il suo grande desiderio di esplorare altri mondi, Narset sentiva che la sua ricerca di conoscenza su Tarkir non era ancora completa e così decise di ritornare sul suo mondo e cercare Ugin. Mentre camminava con passo deciso nella neve alta, quasi arrivata al rifugio dello Spirito Drago, Narset vide un uomo davanti a lei, lo raggiunse e si fermò a qualche metro da lui rimanendo in silenzio. Lo sconosciuto disse il suo nome e disse che era viva, Narset lo analizzò dalla testa ai piedi e il suo sguardo si posò infine sul suo volto, sbattè le palpebre e rispose che non lo conosceva, lui disse di chiamarsi Sarkhan e lei strigendo gli occhi chiese se fosse il grande Khan o rivendicava solo il suo trono. Sarkhan chiese se avesse sentito parlare di lui, si mise a ridere e disse che quella era una notizia fantastica e che in tutto Tarkir era l'unica che si ricordasse di lui e chiese come fosse possibile. Narset si mosse intorno a lui, scosse la testa e rispose che doveva trovare Ugin e lui rispose che lo Spirito Drago si trovava nel canyon ma che temeva che avesse più domande che risposte da offrire e chiese nuovamente come faceva a conoscerlo. Narset si fermò e chiese se lui fosse qualcuno inviato dal signore dei draghi per punirla per la sua eresia e Sarkhan rispose che lui non era il servitore di nessuno, che era suo amico o almeno lo era stato un tempo e che si augurava di esserlo di nuovo. Narset ripetè la parola amico e disse che non l'aveva mai incontrato e chiese quindi come potevano essere amici. Sarkhan rispose che la Narset che conosceva lui era di un altro Tarkir, di uno senza draghi dove c'erano solo Khan e clan; disse che era il suo mondo e che lei si era sacrificata per permettergli di viaggiare nel passato e modificare gli eventi, spiegò che era morta in modo che Ugin e anche lei potessero vivere e che quella Narset era sua amica. La planeswalker rispose che allora i racconti erano veri e lui chiese di cosa parlasse e Narset rispose che si trattava dei racconti segreti che parlavano di un uomo drago, un grande Khan venuto da un tempo che lui chiamava non scritto, una visione spirituale di cui aveva narrato un antico clan chiamato Temur, spiegò che dicevano che quel grande Khan vaneggiasse di un mondo senza draghi e che avesse salvato Ugin per poi sparire in un futuro non scritto; Narset spiegò che non aveva creduto a tutti i dettagli che aveva letto e poi chiese se il futuro non scritto, i Khan e tutta quella storia fosse vero. Sarkhan rispose sorridendo che non sapeva cosa lei avesse letto ma tutto quello che aveva appena detto era vero, compresi i vaneggiamenti. Narset disse che quello era il modo in cui lo conosceva ma che lui non conoscesse davvero lei ma una Narset del tempo che non è scritto, un fantasma. Sarkhan rispose che temeva di non conoscerla, che conosceva Narset ma non lei. La planeswalker aggrottò la fronte come se stesse cercando le parole giuste e chiese se erano vicini e Sarkhan rispose che sarebbero potuti diventarlo con il tempo ma che ora per lui quella Narset era persa due volte: morta e mai nata. Concluse che c'era solo lei e chiese dove fosse stata, che l'aveva cercata tra gli Ojutai ma che l'uomo con cui aveva parlato l'aveva definita eretica e aveva detto che non c'era più e chiese se volesse dire che era in esilio. Narset scosse la testa e disse di no, che era qualcosa di molto più grande e poteva sembrare folle, ma che aveva viaggiato oltre Tarkir, scritto o non scritto e Sarkhan concluse per lei che era stata su un altro mondo. Gli occhi di Narset si spalancarono e chiese come facesse a saperlo e Sarkhan rispose che loro erano planeswalker, che quello era il loro nome, che erano pochissimi ma in quel momento su quella valle ne erano presenti tre: loro due e Ugin. Narset ripetè il nome dello Spirito Drago e disse che doveva parlargli e iniziò a camminare di nuovo allontanandosi da lui e Sarkhan rispose che si augurava che avesse per lei più risposte di quante ne avesse avute per lui e chiese cosa avrebbe fatto dopo. Continuando a camminare Narset rispose che sarebbe andata nelle terre di Atarka dove si diceva che esistessero antichi racconti incisi nell'avorio dei mammut che partivano dai tempi della caduta dei Khan e Sarkhan chiese se non avesse in mente di lasciare di nuovo Tarkir, c'erano tanti mondi da esplorare e non poteva averli già visti tutti. Guardandolo da dietro una spalla Narset rispose che un giorno lo avrebbe fatto ma che per il momento il suo mondo aveva ancora dei segreti e che per ora si trovava proprio dove voleva essere. Sarkhan sorrise, osservò i draghi nel cielo e rispose che capiva perfettamente ciò che intendeva.

La Guerra della ScintillaModifica

Narset venne attirata su Ravnica dal Faro Interplanare e rimase intrappolata dal Sole Immortale di Nicol Bolas. Accanto a molti altri planeswalker e abitanti del piano, Narset combatté contro gli Eterni dell'Orda Atroce di Bolas guidati da Liliana Vess.

Durante l'invasione del piano, fu presente alla riunione dove i leader della difesa di Ravnica si riunirono per mettere a punto una strategia.

Dopo la morte di Rhonas e l'arrivo di alleati di altre gilde, Narset combattè insieme a Tamiyo al fianco di Vorel e delle sue forze Simic.

Non è noto se Narset rimase per lo scontro finale con Bolas o se fuggì dal piano dopo che Chandra Nalaar disattivò il Sole Immortale.

Dopo la Guerra della ScintillaModifica

Dopo la fine della guerra, Narset trascorse un po' di tempo su Ikoria per superare i traumi. Cercò l'illuminazione sul piano in cui il mana si combinava in modo simile al suo ex clan. Comprò dei libri a Solcanembi, ma venne vista viaggiare soprattutto a Raugrin.

ReferenzeModifica

Rappresentata inModifica

Testi di coloreModifica

GalleriaModifica

CuriositàModifica


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