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Personaggio
Hazoret
Nome Hazoret
Originario di Amonkhet
Lifetime Data sconosciuta
Razza Dio
Titolo
  • Dea dello zelo
  • La Fervente
Stato Viva


Hazoret è la dea dello zelo, una delle otto divinità di Amonkhet.

Contro Nicol BolasModifica

Insieme alle altre divinità, Hazoret vide il drago volteggiare all’esterno della protezione dell’Hekma. Salì nelle posizioni più alte e si preparò alla battaglia: le divinità erano determinate a non fallire, nessun mostro avrebbe potuto sconfiggere tutti e otto gli dei di Amonkhet; non quando Naktamun era tutto ciò che rimaneva. Vide Oketra scagliare una freccia, che attraversò la barriera senza difficoltà e colpì al fianco il drago, che si mise a ridere per poi scendere verso l’Hekma e valutarne la resistenza con un artiglio. Un’altra freccia venne lanciata, ma si divise e si dissolse in aria prima di colpirlo. Le divinità rimasero sbalordite: Il drago possedeva un potere tale da sfidare le leggi della natura. Hazoret sollevò la sua lancia e invitò le divinità ad attaccare. In risposta il drago fece un movimento con il capo e frantumò la mente di Kefnet, che cadde a terra accasciandosi immobile. Il drago sorrise, stese un artiglio e un fascio di luce attraversò la barriera. Le divinità impugnarono le loro armi e ringhiarono in segno di sfida: nessuna bestia poteva ferire un essere immortale senza subire la loro vendetta. L’Hekma vacillò e il foro si allargò a sufficienza da permettere al drago di passare. Hazoret attaccò insieme agli altri dei ma l'altro divenne immateriale. Le divinità di Amonkhet ruggirono e imprecarono, ma nessun colpo delle loro armi riuscì ad andare a segno: il potere dell’intruso era almeno pari al loro. Il drago atterrò sulla cima della torre più alta, chiuse gli occhi e iniziò a preparare una magia. Hazoret e le altre divinità percepirono un’ondata di mana turbinare intorno al drago e cercarono di difendersi disperatamente con la loro magia. Furono però troppo lente e quando il loro nemico riaprì gli occhi, ogni mortale sufficientemente cresciuto da camminare si dissipò in aria. Una brillante luce bianca avvolse Naktamun e le sette divinità caddero in ginocchio dal tormento per le innumerevoli anime che erano appena svanite. La luce si interruppe e cadde il silenzio, interrotto solo dai lontani pianti di migliaia di bambini orfani. L’improvvisa perdita di vite rese inermi tutte le divinità tranne Hazoret e Oketra.

Hazoret sollevò da terra Oketra con determinazione. Le due fuggirono, mentre il grande drago si impossessava dei loro compagni. Hazoret corse al fianco della sorella, verso il loro più sacro mausoleo ed entrarono nella tomba benedetta. Oketra sigillò la porta dietro di loro con una luce dorata, mentre Hazoret iniziò a raccogliere delicatamente più bambini possibile. La risata del drago risuonò improvvisamente in tutto il mausoleo e lentamente il sigillo magico venne sciolto. Le due divinità posizionarono i bambini in una piccola nicchia all’interno della camera e rimasero fianco a fianco all’ingresso del sacro mausoleo. Hazoret sollevò la sua lancia e urlò che i figli di Naktamun non sarebbero morti per mano di una bestia e il drago replicò che sarebbero morti trafitti dalla lancia della dea. Si fece strada attraverso la porta del mausoleo. Oketra e Hazoret si lanciarono all’assalto ma, con il movimento di un artiglio, il loro nemico scagliò un’ondata di magia e le menti delle due divinità divennero completamente vuote. Hazoret cadde a terra sconfitta.

Dopo la vittoria il drago prese tre divinità per sé e le ripose lontano, poi corruppe e manipolò le leyline che attraversavano le rimanenti divinità, tra cui Hazoret, costringendole a dimenticare le loro origini, legando la loro esistenza a lui e obbligandole a cancellare ogni altro ricordo.

La FerventeModifica

Hazoret, dal volto di sciacallo, rappresenta lo zelo, ideale che comprende uno spettro di intense emozioni tra cui l’ardore religioso. Non è sufficiente desiderare un posto nell’aldilà: gli iniziati devono incanalare la passione ispiratrice in una battaglia furiosa che determinerà il loro ruolo definitivo nell’aldilà.

La sentenzaModifica

Hazoret concesse a Samut di entrare nel suo monumento. Lei afferrò una candela cerimoniale, la accese e avanzò. La dea disse che avrebbero parlato fino allo spegnersi della candela e chiese il motivo del suo tormento. Samut rispose che non riusciva a provare gioia per l’imminente ordalia perchè il suo amico Djeru desiderava morire lì, per mano della dea stessa. Hazoret rispose che allora doveva festeggiare: il suo amico aveva il coraggio di ambire all’obiettivo più elevato, come sarebbe dovuto essere anche per lei. Samut rispose che sapeva che tutti lottavano per conquistare un posto nell’aldilà, sapeva che Djeru non voleva che lei interferisse con il suo percorso, ma non poteva accettarlo: lui non conosceva la verità sull’aldilà e le ordalie. Hazoret chiese se lei la conoscesse e davanti al silenzio della mortale disse che avrebbe potuto trafiggerla per quel sacrilegio, ma non era suo desiderio imprigionare il cuore di una guerriera; vedeva che il suo cuore bramava la lotta e quindi le disse di lottare per la verità presente nel suo cuore. Chiese quale fosse la sua richiesta. Samut disse che era lì per implorarla di risparmiare Djeru quando lui le avrebbe offerto la sua vita: chiedeva alla dea di non uccidere il suo amico. Hazoret disse che il suo desiderio era quindi alterare il percorso di Djeru, contro la sua volontà, e chiese se volesse davvero imprigionare il cuore del suo amico e non concedergli ciò che la dea aveva concesso a lei. Samut replicò che l'altro agiva in base a una menzogna, poi disse alla dea se si ricordava come veniva chiamata un tempo; non era sempre stata una divinità crudele composta da una lancia e da fiamme, ma era stata una divinità di compassione e ispirazione, il cui cuore ardente ispirava le persone a compiere le più grandi gesta. Ora era infervorata, ma temeva che quel fervore che l'aveva resa grande poteva averla contorta e resa insensibile: non più in grado di celebrare le vita, bensì uno strumento di morte. Chiese se c’era ancora qualcosa di ciò in lei, un minimo ricordo del tempo prima dell'arrivo dei Dio Faraone. Hazoret si sollevò in tutta la sua altezza e si allontanò da Samut. Il volto della divinità era ora lontano e imperturbabile e tutta la connessione precedente tra le due venne frantumata. La candela di Samut divenne un ammasso di cera e Hazoret ordinò ai Consacrati di catturare la dissenziente.

Seguita dalle altre quattro divinità, Hazoret si recò nella zona dove i Dissenzienti rinchiusi dentro dei sarcofagi stavano venendo liberati dai Guardiani. Hazoret li informò che gli iniziati sopravvissuti avrebbero combattuto contro di loro nell'ordalia finale. Il gruppo venne avvolto in una nebbia e trasportato nell'arena dove la dea informò gli iniziati che per superare la sua ordalia dovevano uccidere tutti gli eretici. Il marchio della furia di Hazoret spinse tutti, compresi i Guardiani, a combattere ma senza poter usare la magia. Durante la battaglia Djeru implorò Hazoret di ascoltare le sue preghiere e la dea mise fine alla battaglia facendo tornare i sensi di tutti sotto controllo. Chiamò poi i due e chiese se volessero rivendicare il loro posto tra gli eterni. Djeru annuì, mentre Samut rifiutò spiegando che il grande intruso stava per arrivare e lei aveva un compito da portare a termine. Alle sue parole Hazoret fece un breve sospiro di delusione. La dea disse a Djeru di avvicinarsi, poi sollevò la lancia e affondò il suo colpo verso di lui. Samut scattò e atterrò il suo amico, salvandolo. Subito dopo Gideon protesse entrambi con la sua magia. Mentre lo ieromante bloccava la sua lancia, la dea gli parlò mentalmente e disse che non era né il primo né l’ultimo essere immortale che avrebbe trovato di fronte a lui. Maledetto era l'uomo che dimenticava il suo passato; in quanto lei poteva vedere la sua morte: lui non era un dio. Poco dopo il secondo sole iniziò a passare attraverso le corna all’orizzonte, dando inizio al Conto delle Ere. Le divinità iniziarono a muoversi verso l’uscita dell’arena, concentrando l’attenzione al cielo, tranne Hazoret che rimasta indietro disse a Samut che che era intervenuta e chiese cosa avesse da dire per il suo gesto. La mortale credeva che la dea non fosse ciò che era costretta a essere e che avrebbe protetto i suoi figli nel momento in cui avrebbero avuto più bisogno di lei. Terminò che le Ere avevano avuto inizio. Hazoret, Samut, i Guardiani e Djeru alzarono lo sguardo al cielo nel momento in cui l'ombra proiettata dal secondo sole iniziò a disegnare una leggera linea di oscurità all’interno dell’arena. Rimasero tutti immobili e osservarono quella linea muoversi lentamente da un lato all’altro. Il cambiamento della luce fu completo e i loro occhi si abituarono alle nuove condizioni: il mondo era ora oscuro per metà. Subito dopo, Hazoret andò via.

L'Era della RivelazioneModifica

Hazoret assistette all'apertura dei Cancelli dell'Aldilà: al posto del paradiso che era stato promesso vi erano solo sconfinate e vuote terre desolate. Si sentì chiamare da Samut che le chiese di rimuovere i suoi dubbi e dirle se quello fosse il paradiso, ma la dea non rispose.

L'Era della GloriaModifica

Sull'argine del Luxa, Hazoret venne raggiunta dai suoi fratelli e sorelle. L'Era della rivelazione era giunta ed era trascorsa, ma nessuna risposta era stata fornita e il Dio Faraone non era ancora giunto. Hazoret disse alle altre divinità di guardare il Luxa la cui acqua era stata trasformata in sangue dalla magia del demone che era uscito dai Cancelli dell'Aldilà aperti. Hazoret vide il sangue filtrare all’interno delle fondamenta di pietra della Necropoli, tre enormi sarcofagi si aprirono e tre enormi figure si risvegliarono dal loro riposo. Erano più alte delle stesse divinità e i loro corpi umanoidi terminavano con teste mostruose dalla forma di insetti: uno scorpione, una locusta e uno scarabeo. Nel momento in cui lo Scorpione Divino si mosse pesantemente attraverso i Cancelli, alcuni mortali gridarono dalla paura e Hazoret fece un passo in avanti, con la lancia pronta, ma venne fermata dal bastone di Rhonas, che chiese se quello fosse un nemico o una prova. Ascoltò il dio della forza chiedere allo Scorpione perchè si fossero destati durante l'Era della gloria, l'altro non rispose ed egli decise che non l'avrebbe fatto passare. Hazoret osservò i due mentre si affrontavano e vide lo Scorpione Divino uccidere Rhonas.

Hazoret urlò per la morte di Rhonas, tuttavia prima che la sua vita si spegnesse completamente suo fratello urlò: "morte al Dio Faraone, intruso e distruttore!"; osservò il bastone di Rhonas trasformarsi in un mostruoso serpente vivente che attaccò lo Scorpione Divino. Le quattro divinità osservarono sbalordite e immobili, le grida di paura e di panico crebbero mentre i mortali fuggivano lontano dai Cancelli. Oketra disse che le Ere erano fallite e che dovevano proteggere i mortali. Le sue parole risvegliarono gli altri, Hazoret si voltò verso la sorella e confusa disse che Rhonas aveva detto una blasfemia sul Dio Faraone e l'altra annuì. Un ronzio crescente riportò la sua attenzione oltre i Cancelli: la Locusta Divina inviò uno sciame di locuste che ricoprì l’Hekma rosicchiandola e Hazoret capì che l'era della promessa aveva avuto inizio. Vide lo Scorpione Divino alzarsi e gettare a terra in due parti il bastone di Rhonas, per poi incamminarsi verso di loro seguito dalle altre due divinità. Insieme oltrepassarono la soglia dei Cancelli ed entrarono nella città di Naktamun. Hazoret si preparò a combattere.

La favoritaModifica

Separatasi dalle altre divinità, Hazoret sentì le morti di Kefnet e Oketra, un’ondata di dolore la investì e cadde in ginocchio dalla disperazione. Guardò l’orizzonte, dove sciami di locuste stavano ancora oscurando i soli. Intorno a lei, gli orrori del deserto, entrati in città dopo la scomparsa dell'Hekma, stavano scatenando la loro furia nelle strade, terrorizzando i cittadini di Naktamun. Una miriade di preghiere risuonarono nella sua mente, una valanga di paure dei mortali alla caduta di ogni altra divinità. Si rialzò e si disse che non poteva barcollare in quel momento, non quando i suoi figli avevano bisogno di lei più che mai, non quando tutte le promesse del Dio Faraone sembravano crollare e i suoi fratelli stavano cadendo uno dopo l’altro a causa di una divinità oscura. Doveva proteggere i mortali e Bontu. Hazoret chiuse gli occhi e si lasciò andare liberandosi da ogni controllo, limitazione, dubbio e incertezza e si spinse in avanti, immergendosi nel fervore della frenesia della battaglia. Si lanciò alla carica e la sua arma a due punte affondò nel mucchio delle mummie del deserto, mentre un’aura dorata fendeva l’aria intorno a lei. Sentì il grido di un bambino e balzò sulla strada principale per proteggerlo da una parete che stava crollando; lo spinse tra le braccia dei suoi compagni di messe che stavano fuggendo. Vide un gigantesco infernale sbucare dal terreno abbattere gli edifici e poi inseguire un gruppo di cittadini; con solo una parola e un pensiero lanciò un’ondata di fiamme e ridusse in cenere il mostro. Hazoret combatté con furia e, intorno a lei, i mortali si radunarono e trovarono nuovo zelo grazie alla presenza della dea che alimentava la loro passione e la loro forza. Venne raggiunta da Samut e Djeru e la prima chiese cosa dovessero fare. Hazoret osservò la confusione in ogni angolo della città e rispose che dovevano proteggersi gli uni con gli altri, radunare tutti quelli che potevano e nascondersi tra le sabbie del deserto. Dovevano sopravvivere fino all’arrivo del Dio Faraone, che avrebbe riportato la giustizia. Alle sue ultime parole Samut replicò che il Dio Faraone non lo avrebbe fatto, ma Hazoret la interruppe e disse che non avevano tempo per dubitare: la guerriera aveva una forte volontà e doveva utilizzare la sua forza per proteggere i suoi fratelli; Amonkhet aveva bisogno di lei così come di Djeru. Il ruggito di un wurm sabbioso in lontananza attirò la sua attenzione. Djeru disse che avrebbero obbedito e protetto i loro fratelli e sorelle. Samut chiese chi avrebbe protetto la dea e un leggero sorriso si aprì sul volto di Hazoret che disse loro di andare a combattere: lei sarebbe sopravvissuta. A breve distanza da loro, un enorme monumento crollò sotto l'assaltò dei wurm, che stavano inseguendo i visir, le cui magie rimbalzavano senza effetto sulla loro pelle indurita. Si lanciò contro le bestie, con la sua arma, la sua fiamma e un grido di battaglia.

Continuò a combattere ma per ogni mortale che riusciva a salvare, sapeva che un’altra decina cadeva. Pensò al Dio Faraone e si chiese perchè non fosse ancora giunto e se le tre divinità insetto avessero in qualche modo sabotato la sua opera di preparazione all'aldilà. Vide il trono vuoto, un altro ricordo del ritorno promesso dalla grande divinità ricoperto da uno sciame di locuste e scagliò un’ondata di fuoco verso di loro disintegrandole, ma uno stormo ancora più grande prese il loro posto. Intorno a lei, Naktamun continuava a cadere e nel cuore di Hazoret si diffuse una sensazione di disperazione mentre nella sua testa il ronzio delle preghiere si era fatto assordante. La divinità si mise a pregare: pregò per il ritorno del Dio Faraone, per l’avverarsi della profezia, per il suo arrivo e per il ritorno all’ordine dal caos. Proprio mentre pregava, sopra il trono il cielo divenne increspato, l’aria si squarciò, un punto di nulla oscuro, un minuscolo foro nella struttura della realtà, sospeso nell'aria sopra il deserto e la fenditura crescente consumava lo spazio sopra il trono, dando forma a un enorme portale e da esso il Dio Faraone arrivò sul piano. Hazoret sollevò le braccia dalla gioia, urlando elogi. Era imponente come lei si ricordava, con una forma dorata che era l’incarnazione della perfezione. Nella sua mente le voci disperate delle preghiere diminuirono e un’ondata di venerazione riecheggiò dai mortali intorno. Il drago atterrò di fronte al trono e i suoi artigli sferragliarono sulla pietra rifinita, osservò la morte e la distruzione scolpite in tutta Naktamun e sorrise. Il terrore inondò il corpo di Hazoret mentre le parole di Rhonas sul punto di morte riecheggiarono nella sua mente, mentre dei sopravvissuti festanti correvano verso di lui. Il Dio Faraone li osservò, sollevò una mano artigliata e Hazoret percepì l'aria intrisa di energia: una scintilla di luce viola eruppe dai suoi artigli; dal cielo scese una valanga di fiamme nere, che consumò tutto ciò con cui venne a contatto. L’esultanza dei mortali si trasformò in urla di terrore alla vista della distruzione che pioveva dal cielo. Hazoret scattò in avanti per coprire i mortali più vicini e cercare di proteggerli con il suo stesso corpo da quella magia distruttiva. Evocò uno scudo di sabbia e fiamme turbinanti intorno a sé, stringendo i denti nel momento in cui la magia del Dio Faraone si abbatté intorno a loro. Mentre i mortali ai suoi piedi singhiozzavano, Hazoret pensò che il Dio Faraone era giunto, ma aveva portato solo distruzione mentre le Ere facevano il loro corso e le profezie erano state capovolte, con una serie di eventi segnati da un oscuro e perverso mutamento rispetto alla promessa originale. Cercò di ricordare il passato e il Dio Faraone prima che se ne andasse, ma venne colta da un mal di testa lancinante, con pensieri che vagavano tra l’ultimo avvertimento di Rhonas e le domande di Samut: sia la divinità che la mortale si erano dichiarati in contrasto con il Dio Faraone. L’impossibilità che il Dio Faraone fosse qualcosa di diverso dal bene era incoerente con ciò che i sensi le stavano mostrando: stava scatenando la distruzione sul suo popolo. Guardò timorosa verso di lui e notò che il suo sguardo era rivolto ai Cancelli in lontananza. Hazoret rimase sorpresa nel vedere la terza divinità ancora ferma lì. La voce di sua sorella attirò la sua attenzione e sentì Bontu chiamare il Dio Faraone Nicol Bolas per poi inginocchiarsi verso di lui. Quel nome generò in Hazoret un’altra ondata di forte mal di testa e la dea ebbe cosi la certezza che una qualche magia stava oscurando i suoi ricordi. Bontu continuò che aveva servito con fedeltà in sua assenza: aveva raccolto solo i più ambiziosi e i più forti affinché fossero i suoi degni morti; aveva rimosso dalle messi i dissenzienti; aveva liberato Naktamun da coloro che avrebbero danneggiato il suo lavoro e aveva mantenuto i fili che il drago aveva intrecciato nell’essenza delle altre divinità. Concluse che viveva per servirlo, di parlare e lei avrebbe agito. Hazoret chiese spiegazioni e il Dio Faraone disse a Bontu di ucciderla.

Hazoret gridò nel momento in cui la magia di Bontu la colpì mentalmente. Evocò fiamme guaritrici all’interno della sua mente, per arrestare il flusso delle ombre con una fiammata mentale cauterizzante. Riuscì a riprendersi appena in tempo per gestire un’altra ondata di energia, deviò il secondo attacco con la sua arma, ma il terzo attacco la ferì al braccio perchè si mosse troppo lentamente a causa della distrazione della mente: la prima magia di Bontu aveva rimosso blocchi di ricordi e improvvisamente Hazoret ricordò tutto. L’intero inganno di Bolas e il tradimento di Bontu furono un colpo pesante per lei e rallentarono la sua capacità di reazione, distraendola dal combattimento. La colpevolezza per aver portato la morte tra i suoi figli investì le sue membra e la furia impotente per le crudeli azioni del drago che avevano storpiato la sua esistenza rallentarono le sue reazioni. Comprese che ciò faceva parte dei piani di Bontu per distrarla e rallentarla dal momento che lei era più veloce di lei, tanto da schivare tutti i suoi attacchi. La profondità del tradimento di Bontu scaraventò la mente di Hazoret tra la furia e la disperazione. Chiese perchè li avesse traditi. Sua sorella rise, ma era una risata con disperazione venata di tristezza e rispose che lei era l’incarnazione dell’ambizione, Bolas aveva distrutto tutti coloro che avevano opposto resistenza; lei aveva scelto di unisi al suo potere: aveva scelto di sopravvivere. Hazoret replicò che aveva scelto di tradire il suo mondo e scagliò un getto di fiamme contro Bontu, che lo assorbì con il suo bastone, replicò che quel mondo era Bolas e che lei non ne era degna e poi puntò il suo bastone e le fiamme ritornarono verso Hazoret, macchiate di nero per la magia necrotica dell'altra divinità. Hazoret evitò le fiamme oscure e poi contrattaccò riuscendo a ferire la sorella. Le due divinità si divisero in parità. Bontu sollevò il suo bastone, ma invece di attaccare la sorella, evocò delle bestie oscure che iniziarono a uccidere brutalmente tutti gli esseri viventi davanti a loro. Hazoret scattò per difendere i mortali, quando però la sua lancia perforò il primo orrore, esso esplose e divenne catrame che si fuse intorno alla sua arma. Gli altri orrori balzarono su di lei, diventando un pantano avvolgente che la bloccò. Bontu le disse che la sua limitazione e la sua compassione la rendevano prevedibile, poi la trascinò verso il trono. Lottò per liberarsi, ma la magia della sorella le stava lentamente risucchiando la forza vitale. Bontu distese Hazoret ai piedi di Nicol Bolas, si inginocchiò di nuovo e disse che aveva compiuto ciò che aveva chiesto. In risposta il drago sollevò lentamente un artiglio e colpì Bontu con un proiettile di energia oscura facendola crollare al suolo per il tormento. Divertito, Bolas disse che la sua utilità era terminata ed era ora di servirlo nella morte. Hazoret vide il drago ritirarsi mentre la sorella che aveva tentato di colpirlo per il suo tradimento era stata attaccata da un’orda di non morti che, per via della sua debolezza, riuscirono ad avere la meglio. Sentiva la sua stessa vita che scivolava lentamente via. Un’improvvisa raffica di potere si scatenò sopra di lei e si alzò proprio nel momento in cui un’ondata di decomposizione si propagò dal mucchio di non morti. Bontu emerse dal mucchio, senza fiato, e scagliò verso il cielo i corpi inerti delle mostruosità, con una magia che dilaniò tutti gli esseri vicini a lei, viventi e non morti. Le due sorelle incrociarono lo sguardo e Hazoret sentì il catrame intorno a sé rammollirsi e sciogliersi. Subito dopo sua sorella morì e per la quarta volta quel giorno, Hazoret provò un intenso dolore: la dea dello zelo era rimasta sola ed ora era l'ultimo pilastro di Amonkhet.

SopravviviamoModifica

Hazoret teneva la sua lancia in una mano, mentre l’altra ciondolava in modo strano lungo il fianco, il suo corpo dorato era ricoperto da tagli e ferite e il suo respiro era affaticato e rapido. La dea vide il gruppo di Samut e disse loro di scappare. Subito dopo lo Scorpione Divino apparve e l'attaccò. Hazoret evitò il colpo e riuscì a chiuderlo in una trappola di fuoco, ma quando le fiamme si spensero, la divinità corrotta era ancora viva. Lo Scorpione attaccò nuovamente e Hazoret usò il suo braccio ferito per proteggersi dalla sua coda e per via del veleno fu scostretta ad amputare l'arto. Hazoret si accovacciò, ansimante, con il sangue che usciva dalla ferita che le aveva salvato la vita, mentre lo Scorpione si avvicinò nuovamente per ucciderla. Venne salvata da Samut che attaccò lo Scorpione riuscendo a perforare il suo carapace, reso morbido dalla magia di fuoco, con le sue spade. Unendo le forze il gruppo di mortali riuscì a far cadere lo Scorpione Divino verso gli obelischi, che formavano con le loro appuntite estremità un campo di pugnali per l’enorme divinità. Samut notò che la traiettoria di caduta e gli obelischi non erano allineati e così scattò in avanti e balzò, spinta da una forza magica, per colpire la divinità corrotta con un impulso sufficiente da deviare la traiettoria, mandandola su un obelisco che le perforò il petto. I sopravvissuti emisero grida di vittoria, Hazoret li ringraziò, poi si avvicinò allo Scorpione e disse che lui aveva ucciso i suoi fratelli e sua sorella, ma sapeva che non era stato né un suo desiderio né un suo scopo. Ora poteva riposare, le sue fiamme l'avrebbero liberato da quella forma e dalle sue oscure catene. La dea colpì lo Scorpione con la sua lancia bruciandolo dall'interno e riducendolo in cenere.

Dopo la morte dello Scorpione Divino, Hazoret ricordò a Samut che le aveva detto che la dea avrebbe protetto i suoi figli nel momento di maggior bisogno. Lei rispose che lo aveva fatto e la ringraziò, ma la divinità scosse la testa e disse che non avrebbe potuto farlo senza la guerriera che l'aveva protetta nel momento in cui aveva avuto bisogno di lei: aveva capito le ordalie e superato l’oscurità che si celava dietro di esse. Il suo cuore le apparteneva e la ringranziò. Improvvisamente Samut scomparve per poi riapparire subito dopo, Hazoret la chiamò mentalmente, ma la guerriera perse conoscenza. Un tonante schianto e un’increspatura di potere attirarono l’attenzione di tutti verso l’alto: videro il drago, che un tempo avevano chiamato Dio Faraone, volteggiare sopra la città e tra i sui artigli crepitavano fulmini mentre ridendo guardava in basso. Hazoret disse che quando le divinità erano in otto avevano affrontato Nicol Bolas ed erano state sconfitte, non sapeva se gli stranieri sarebbero stati in grado di fermarlo, poteva solo pregare per il loro successo. Continuò che tutto ciò che dovevano fare era sopravvivere: avrebbero marciato nel deserto alla ricerca di un riparo tra le sabbie. La dea promise che finchè sarebbe stata viva li avrebbe protetti. Djeru si inginocchiò e disse che loro avrebbero fatto altrettanto con lei. Sul volto di Hazoret apparve un triste sorriso e lei guardò verso Samut, la sua campionessa imprevista, la figlia che aveva visto la verità e che aveva sfidato le divinità proprio perché le amava così impetuosamente. La dea si incamminò verso le sabbie del deserto, con il popolo alle sue spalle verso un futuro ignoto.

La Guerra della ScintillaModifica

Durante la Guerra della Scintilla su Ravnica, Su Amonkhet Hazoret aveva stabilito un rifugio per i sopravvissuti dell'Era della Rovina vicino alle rovine di Naktamun, che era protetto dalla Locusta Divina, dallo Scarabeo Divino e i loro servitori Eterni da una barriera, un nuovo Hekma che la dea riuscì a ripristinare grazia all'aiuto di Sarkhan Vol in cambio della promessa di aiuto contro Nicol Bolas.

Successivamente, Hazoret e Sarkhan Vol incontrarono il gruppo di planeswalker guidati da Karn, che erano riusciti a disattivare il Ponte Planare di Tezzeret chiudendo il portale che pemetteva agli Eterni di Amonkhet di viaggiare su Ravnica. Su richiesta di Sarkhan, la dea diede loro la sua lancia per aiutarli. Disse a Dack Fayden che era un uomo migliore di quello che credeva e di affrontare il suo destino su Ravnica.

Karn fu in grado di prendere l'arma di Hazoret e la portò su Ravnica, dove lui e Angrath la usarono contro gli Eterni dell'Orda Atroce. Karn diede poi la lancia al rinato Niv-Mizzet che la usò nella battaglia finale contro Bolas riuscendo a colpirlo.

ReferenzeModifica

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