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Artista Sanguinario "Non c'è vera arte senza una vera sofferenza."
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Chronicle of Bolas: Things Unseen
Ambientato su Tarkir, Piano sconosciuto
Planeswalker Ugin, Nicol Bolas
Personaggi Principali Yasova, Baishya, Naiva, Tae Jin, Palladia-Mors, Vaevictis Asmadi
Scritto da Kate Elliott
Data di Pubblicazione 27 giugno 2018
Link Chronicle of Bolas: Things Unseen


Chronicle of Bolas: Things Unseen è un articolo della rubrica Magic Story, scritto da Kate Elliott e pubblicato sul sito della Wizards of the Coast il 27 giugno 2018. Racconta parte della storia di Baishya e Naiva diciotto anni dopo la Caduta dei Khan e narra anche le origini di Ugin e Nicol Bolas.

Racconto precedente: Chronicle of Bolas: The First Lesson

StoriaModifica

Naiva era cresciuta sotto il dominio del Signore dei Draghi Atarka. Per la sua intera vita aveva osservato sua nonna, Yasova, un tempo conosciuta con l’appellativo di Artiglio di Drago del clan Temur, consegnare diligentemente la carne al luogo di raccolta di Ayagor, così che Atarka potesse sempre banchettare. “Per far sopravvivere il popolo, noi nutriremo il drago”, diceva Nonna ogni anno quando alcuni tra i cacciatori più anziani borbottavano riguardo alla perdita delle antiche usanze. Eppure, ogni anno sempre meno persone ricordavano i tempi precedenti alla caduta dei khan e, quindi, sempre meno persone si lamentavano e, ovviamente, per i giovani come Naiva il dominio di Atarka era l’unica cosa che conoscessero.

Per questo, mentre lei si ritrovò intrappolata in mezzo ad un anello di macigni con Nonna e Baishya da un lato, mentre dall’altro si trovava un girovago bello e giovane che aveva condotto l’ira di un drago fin su di loro, sapeva già cosa avrebbe fatto Nonna. Yasova Artiglio di Drago, un tempo possente, avrebbe lasciato libertà d’azione al discendente draconico di Ojutai che incombeva su di loro e che aveva intenzione di uccidere il guerriero rinnegato.

Non avrebbe dovuto funzionare così! Mentre inspirava velocemente l’aria, desiderò possedere il fuoco come lo possedevano i draghi, così che potesse investire di calore la bestia e ridurla in cenere. Desiderò che potesse colpire, anche se avesse significato la sua morte. Non era forse meglio combattere, piuttosto che cedere continuamente fino a vedersi schiacciata l’anima e negare persino il proprio nome?

Il drago spalancò le fauci come avvertimento, per far indietreggiare tutti loro. Un certo freddo veniva emanato dalle profondità del suo corpo enorme, pronto a congelare qualsiasi creatura ostacolasse il suo cammino.

Nonna incrociò lo sguardo con Naiva. Ecco che arrivava: avrebbe segnalato la ritirata con un gesto della mano. Avrebbe abbandonato lo straniero al suo destino, a morire.

Nascondendo la mano dall’aviano sulla roccia, Nonna fece il gesto di Uccidere.

Mentre il drago piegava la testa all’indietro per colpire Tae Jin, Baishya allungò le braccia verso il terreno, ed una calda luce verdognola si raccolse nelle sue mani per fluire all’interno del suolo. Il pungente soffio del drago venne espulso verso Tae Jin. Con un movimento impossibile, un macigno rotolò di lato per mettersi in mezzo a quel soffio. Uno spesso rivestimento causato dal respiro ghiacciato del drago si cristallizzò sulla roccia, solidificandosi prima di raggiungere Tae Jin.

Una freccia venne scagliata in alto per colpire una delle ali dell’aviano. Mentre l’aviano barcollava, gracchiando dal dolore, Naiva scagliò la propria lancia. La punta di ossidiana perforò il bellissimo vestito dell’aviano, dritta nel suo petto piumato. Nonna scagliò la sua lancia e l’arma colpì la testa, dando il colpo di grazia.

Il drago ruggì, facendo ondeggiare il collo dalla furia. Tae Jin lo schivò sfruttando i macigni. Un secondo flusso del suo soffio ghiacciato colpì la nuda terra nel punto in cui si trovava precedentemente il ragazzo.

Naiva balzò di lato per spingere Nonna in una stretta insenatura tra due macigni. I fili d’erba si erano ghiacciati e si spezzavano al suo passaggio. I suoi polpacci diventarono insensibili, ma i pantaloni feltrati le offrirono un po’ di protezione. Guardandosi alle spalle, vide Baishya in ginocchio, piegata in due, esausta e quasi svenuta in seguito allo sforzo causato dallo spostamento della roccia. Fec scoccò un’inutile freccia, che rimbalzò sulle scaglie del drago, ma esso non guardò neppure nella sua direzione. Fece serpeggiare la sua testa per colpire il macigno che aveva spostato Baishya e dietro il quale in quel momento si stava riparando. Naiva estrasse dal fodero il suo coltello da scuoiatura e corse per raggiungere la sua gemella, proprio nel momento in cui il drago utilizzò uno dei suoi enormi artigli per spingere il macigno di lato come se fosse stato un misero sassolino.

Non riuscivano a vedere nulla, se non il suo corpo che incombeva su di loro. Naiva strinse a sé Baishya. Almeno sarebbero morte come erano nate: insieme.

Un ululato ruggente giunse improvvisamente. Il discendente di Ojutai indietreggiò, girando su sé stesso, mentre un drago rosso provvisto di corna, lo stesso discendente che li stava seguendo da un po’, sbucò nel cielo e si schiantò contro il drago Ojutai. Le due bestie iniziarono a rotolare nell’erba, afferrandosi ed artigliandosi. Il peso della loro battaglia scuoteva la terra. Il fuoco incontrava il ghiaccio in una raffica di braci e fiocchi di neve lucenti.

Naiva alzò Baishya di peso. “Riesci a camminare?”

Baishya annuì, troppo esausta per parlare. Si appoggiò a Naiva, tremante e con il viso pallido.

“Non sapevo che potessi farlo!” esclamò Naiva.

“Nemmeno io”, sussurrò Baishya.

Nonna apparve. “Ritirata verso gli alberi. Tae Jin!”

Corsero tutti verso il limitare degli alberi mentre i draghi rotolavano sempre più lontano. Ora Naiva apprezzava l’erba alta, visto che riusciva a nasconderli. I ruggiti e gli stridii dei draghi impegnati in battaglia coprivano il rumore dei loro passi e del loro passaggio attraverso l’erba frusciante. Aveva così tante domande, ma non aveva il tempo per farle. Con Baishya che si appoggiava ancora pesantemente a lei, zoppicarono fino ad arrivare alla copertura degli alberi. Baishya si lasciò andare e cadde a terra, appoggiandosi ad un tronco mentre cercava di riprendere fiato.

A occhio, i cacciatori che erano rimasti indietro per pescare si erano già messi le borse in spalla ed erano pronti a partire, avendo udito la lotta.

Una sentinella accovacciata su un albero richiamò l’attenzione: “Sta volando via.”

Naiva si fermò per guardarsi alle spalle. Il drago Ojutai sfuggì alla stretta degli artigli del discendente di Atarka e si fiondò verso il cielo, ma il discendente fece un balzo e riuscì ad afferrare una delle sue zampe posteriori con un ampio gesto della sua zampa anteriore, trascinando nuovamente a terra l’altro drago. Naiva percepì l’impatto dei loro due corpi congiunti attraverso la suola dei suoi stivali. I loro ruggiti e stridii echeggiavano, eppure la titanica natura di quella battaglia la stava rinvigorendo. Come sarebbe stato possedere tutta quella potenza nel proprio corpo? Baishya percepiva in questo modo la sua magia? Ma quel potere aveva anche prosciugato le energie di sua sorella, e la sua vita era in pericolo per il semplice fatto di possedere i doni da sciamana.

Naiva si allontanò da lei per affrettarsi verso il punto in cui gli altri stavano attendendo, stretti in gruppo. I cacciatori fissavano il giovane uomo, il sangue sulla sua tunica e il tatuaggio scintillante sulla sua spalla scoperta.

Fec disse: “Dobbiamo tornare indietro. Il discendente di Ojutai non si azzarderà a seguirci in pieno territorio del Signore dei Draghi Atarka.”

“La loro battaglia non è ancora terminata”, disse Nonna.

“Ma siamo comunque scoperti e vulnerabili, ora che i draghi ci stanno dando la caccia.”

“I draghi ci danno sempre la caccia. Devo considerare le circostanze che ci hanno portati fino a questo punto. La visione del popolo del vento. La missione di questo giovane.” Lanciò un’occhiata verso il limitare degli alberi, nel punto in cui Baishya si era seduta a gambe incrociate dietro di loro, con entrambe le mani premute sulla terra. “Donatemi un po’ di silenzio per poter concentrarmi.”

Tae Jin rimase tranquillo, in attesa che l’anziana si rivolgesse a lui.

Naiva scivolò di fianco a lui.

“Sei quasi morto”, disse sottovoce. Il proprio battito cardiaco stava ancora risuonando all’impazzata nelle sue orecchie. “Come puoi essere così calmo?”

Le rivolse il suo scuro sguardo. “In un modo o nell’altro morirò comunque, prima o poi. La disciplina ci insegna ad accettare ciò che non si può evitare.”

“Saresti morto ora, se non fosse stato per la cura di mia nonna.”

“Hai ragione. Avevo sentito parlare dei poteri curativi della tua gente, e sono grato della sua abilità. Ma la magia curativa è nota a tutte le tribù.” Fece una pausa, poi disse, quasi timidamente: “La roccia mi ha salvato. Non avevo mai visto un tale sfoggio di magia della terra prima d’ora. Potrei sapere il tuo nome?”

“Quella non ero io. Era la mia gemella, Baishya.” Anche all’interno della tribù, molto spesso le persone scambiavano Naiva e sua sorella tra loro. Sfruttavano la cosa per fare degli scherzi quando erano più piccole, facendo finta di essere l’altra. Eppure, sotto il suo esame, la infastidì che pensasse lei fosse un’altra persona, una persona di cui ammirava il potere e le abilità.

Ma poi lui sorrise. “Ah. Tu sei quella che ha scagliato la lancia con tale precisione da abbattere l’aviano. Posso sapere il tuo nome?”

Del calore scaldò le sue guance, ma non distolse lo sguardo. Lei voleva che lui si rendesse conto della sua esistenza, non solo di quella della sua gemella. “Mi chiamo Naiva.”

“Basta così!” Nonna sbattè il fondo della sua lancia sulla terra. “Quando una visione donataci dal popolo del vento si intreccia alla conoscenza di un girovago dei Jeskai, non posso ignorare un tale presagio. Proseguiremo verso la tomba di Ugin.”

Naiva pensava che Fec si sarebbe lamentato, ma chinò semplicemente il capo in segno di accettazione, come fecero anche gli altri cacciatori. La Prima Madre aveva parlato, quindi la decisione era stata presa.

Per ora i draghi non erano in vista, anche se ogni tanto un lontano boato faceva intuire la direzione che stava prendendo la battaglia. Il gruppo si muoveva con passo rapido, rimanendo sotto la copertura delle foglie. Nel caso in cui il discendente di Atarka si fosse dovuto dimostrare vittorioso e tornare per controllare la loro situazione, rimaneva loro comunque la scusa della caccia, nonostante avessero ignorato ogni traccia lasciata dalla cacciagione: una zona calpestata dove un branco di krushok selvatici si era fermato a bere, la zanna rotta di un mammut, feci di saiga. Come sempre, i cacciatori camminavano senza parlare. Mattak, Oiyan, Darka, Rakhan, Sorya e Fec erano i più fidati compagni di Nonna, disciplinati e abili.

Naiva si ritrovò a camminare di fianco a Tae Jin. Voleva chiedergli tutto di lui, ma le sembrò strano tirare fuori delle domande personali in quel momento. Invece, mentre cercava un’apertura migliore, si ricordò l’aspetto più enigmatico della storia che lui aveva iniziato a raccontare.

“Come possono esserci altri mondi, come sostiene la vecchia saggia della storia?”

“Intendi i piani? Feci la stessa domanda al mio maestro. Non sapeva nemmeno lui la risposta.”

Lei si guardò alle spalle e vide Nonna che li stava raggiungendo, avvicinandosi con quella sua falcata sicura.

“Nonna, tu credi che esistano altri mondi?”

Nonna la guardò pensosa. “Tua sorella non ti ha parlato dei piani? Pensavo ti avesse detto tutto.”

Naiva sentì stringersi il petto. “Hai parlato di questi argomenti con Baishya e non con me?”, le chiese, indignata.

“Esiste una buona quantità di conoscenza segreta che deve essere nota a una sciamano e rimanere oscura a tutti gli altri.” Senza aspettare che Naiva rispondesse, si rivolse a Tae Jin. “Non hai terminato la storia di Ugin. Abbiamo molta distanza da percorrere a piedi, e per ora non ci sono draghi in vista. Raccontami altro su Ugin. E su Bolas.”

Mentre pronunciava il nome Bolas, la sua bocca si contrasse in un’espressione tetra. Lei lo guardò con aria di attesa.

Il giovane annuì obbedientemente. Dalla pressione delle sue labbra e dai suoi occhi stretti, Naiva riusciva a capire che stava ri-organizzando i suoi pensieri, passando dalla normale conversazione che aveva appena avuto con lei verso la ripetizione meccanica di un’antica storia.

Camminarono in silenzio sotto gli alberi sussurranti.

Infine, lui iniziò a parlare.

Non volevo andarmene, ma dovevo seguirlo. Era accaduto qualcosa di importantissimo. Mi fece pensare alla situazione in cui si è in piedi sul letto asciutto di un fiume nel deserto, quando delle nuvole di acquazzone scuriscono le colline in lontananza. Le acque alluvionali stanno arrivando anche se ancora non riesci a vederle.

Durante gli anni del nostro peregrinare, io e Nicol avevamo attraversato buona parte del continente durante le nostre sessioni di caccia ed esplorazione. Il regno in continua espansione di nostro fratello Arcades si trovava molto lontano rispetto alla montagna sulla quale eravamo nati. Dovetti ripercorrere la strada al contrario, eppure la parte più strana e difficile del viaggio fu volare da solo. Non c’era Nicol di fianco a me con il quale parlare, cacciare o riposare in uno di quei lunghi pomeriggi oziosi durante i quali il sole scaldava le nostre scaglie. È vero che la solitudine funge benissimo da disciplina per l’illuminamento, ma perfino nell’insediamento di Arcades avevo meditato in compagnia dell’anziana saggia Te Ju Ki. Durante tutti quei giorni e quelle settimane di silenzio riuscivo comunque ad udire il suono del respiro di un’altra creatura vivente insieme al mio.

Ma non in quel momento. In quel momento fremevo ogni notte, udendo solamente i miei gemiti, la confusione che producevo mentre scavavo un’insenatura per passare la notte, il sussurro del battito del mio cuore, il passaggio dell’aria dentro e fuori i miei polmoni. Ma, lentamente, mentre volavo e cacciavo durante il ritorno in quella terra vasta e selvaggia, cominciai ad udire il respiro di ogni cosa. Anche le piante respirano. Racchiusa nel respiro del mondo, nessuna vita si potrà mai definire sola: ciascuno di noi è incorporato all’interno di una grandissima rete, un’entità in mezzo a una miriade di miriadi.

A volte la densità di questa rete vitale mi donava conforto. Altre volte il solo peso delle cose viventi mi affollava la mente come un frastuono continuo e incessante. In quei momenti, la vita che tintinnava e ruggiva mi turbava l’animo. A volte il suo clamore mi rendeva umile, poiché in questa pullulante moltitudine non ero altro che una singola creatura la cui esistenza sarebbe potuta essere cancellata e dimenticata in un attimo. Una talea di quercia potrebbe essere schiacciata dai pesanti passi di un uro, e nessuno se ne accorgerebbe. Un uccellino appena nato potrebbe cadere dal nido e perdersi nell’erba, come se non fosse mai esistito. Non che un drago fosse insignificante quanto una quercia o un passero, o così pensavo, senza comprendere al tempo che perfino la vita più piccola e più breve trovava il proprio posto in mezzo alle altre. Senza comprendere che perfino il nome di un drago sarebbe potuto essere inghiottito dal passare del tempo e svanire nell’abisso dell’oblio.

Il mondo è grande, quindi non mi aspettavo di incappare nel mio gemello, e ancora meno di incrociarlo per caso mentre cercavo di seguire il percorso che avevamo intrapreso per giungere fin lì. Dato che quella strada era sempre stata percorsa in modo tranquillo e panoramico durante tutti quegli anni, mentre io dovevo volare in linea retta e velocemente a causa dell’inseguimento, speravo solamente di raggiungerlo una volta arrivato alla montagna della nostra nascita, poiché ero certo che fosse diretto lì.

Poi, un giorno, un rumore roboante mi sorprese mentre planavo al di sopra di un appezzamento collinare piuttosto accidentato. Dei piccoli e tristi avamposti di umanità erano ammassati dietro delle palizzate di legno. Contadini vestiti di pelliccia faticavano con dei bastoni da scavo e dei machete dalla lama in bronzo, liberando il terreno per le colture. Una risata ululata echeggiò per una grande vallata cosparsa di campi rettilinei, attorniati da mura a secco per tenere il bestiame lontano dal grano che stava crescendo. Ma quelle piccole mura di pietra non avrebbero mai potuto tenere a bada la devastazione dei draghi predoni intenti a divertirsi portando distruzione.

Anche se non li vedevo da anni, riconobbi subito Vaevictis Asmadi e i suoi fratelli dalle loro aggressive creste rosse e dal loro comportamento violento. All’inizio, pensavo stessero bruciando le capanne ed i granai dal tetto di paglia per puro divertimento, ma la distruzione scaturita su quegli sventurati accampamenti era conseguenza del loro obiettivo principale. Stavano inseguendo un drago. La loro preda sfrecciava e si inseriva in ogni crepaccio e vallata che quelle colline potevano offrire durante la sua fuga, cercando di scappare.

Ovviamente, riconobbi subito la sua forma e la sua colorazione.

“Nicol!”, gridai.

Non diede segno di avermi udito, sparendo dietro una collina mentre si abbassava verso le fronde degli alberi. Ma il mio grido attirò l’attenzione degli altri draghi su di me.

Con un ruggito, il più grande, Vaevictis stesso, sfrecciò verso di me. Le sue ali completamente spiegate macchiavano il cielo. Dai suoi artigli colava il sangue del bestiame dilaniato.

Non avrei potuto batterlo in velocità. In quell’istante di consapevolezza mi bloccai. Una corrente ascensionale si raccolse sotto le mie ali, mantenendomi a mezz’aria. In caso contrario, mi sarei schiantato a terra, mentre la vista mi si offuscava e il mio fuoco interno si indeboliva. La morte mi terrorizzava, dopotutto. Avevo deluso Te Ju Ki. La vergogna del mio fallimento era una roccia nel mio cuore, una massa di piombo che mi trascinava a fondo.

Ma Nicol aveva bisogno di me.

Qualsiasi cosa mi sarebbe successa, non potevo lasciarlo morire.

Quindi attinsi al mio piccolo arsenale di trucchetti magici e lanciai una coppia di leggerissimi globi trasparenti dal fulcro dei colori, spedendoli in aria. Con uno sbuffo, li soffiai in direzione di Vaevictis. Le sfere scintillanti lo sconcertarono così tanto che incespicò, girandosi su sé stesso cercando di fermarsi. Richiamò febbrilmente i suoi fratelli, che stavano bruciando con noncuranza l’intera vallata, mentre gli umani gridavano e fuggivano.

Ovviamente, mi lanciai all’inseguimento di Nicol, anche se ne approfittai per guardarmi alle spalle appena prima che la vallata sparisse dalla mia vista. Fatti ruotare dal vento, i globi si diressero lentamente verso le lucenti scaglie del terrificante drago e scoppiarono con un debole suono.

Il suo stupito grido di terrore frantumò l’aria.

Poi volai dietro una collina e non riuscii più a vederlo. Mi ritrovai inondato dal conforto. Alla fine, ero riuscito a sopravvivere.

Dal nulla, un grosso corpo toccò gentilmente il mio. Estrassi gli artigli in preparazione di un fendente al mio attaccante.

“È stato un bel trucchetto da sfruttare!” ridacchiò Nicol.

Ci volle un attimo per riprendere la voce, bloccata come un osso nella mia gola.

“Da dove arrivi?”, dissi, con voce stridula.

“Ti ho visto. Pensavi che ti avessi abbandonato per farti squartare dai nostri cugini? Sono creature odiose che non formano un cervello nonostante siano in quattro. Spero che quella ringhiante sacca di aria calda si soffochi con la sua rabbia.” Rise con leggerezza mentre continuavamo a volare.

Dopo molto tempo, una volta che il mio cuore smise di battere ad un ritmo troppo sostenuto, risi anch’io, pensando a com’era risultato ridicolo Vaevictis quando i globi scintillanti si dissolsero contro il calore delle sue resistenti scaglie.

“Cos’erano quei globi?” Chiese Nicol quella notte. Ci eravamo fermati a riposare sulla cima di una collina pietrosa che sovrastava una pianura coperta di foreste.

“Sono una magia insegnatami da Te Ju Ki.” Mi fermai, cercando di pensare ad un modo per spiegare ciò che mi aveva insegnato riguardo i piani e i mondi, ma lui sbuffò e parlò senza aspettarmi.

“Oh. Quella vecchia creatura umana. Non ci hai ancora dato un taglio?”

“Perché dovrei darci un taglio?”

“È umana.”

“Ha vissuto più a lungo di noi. Credo.”

“Nessun umano, per quanto vecchio, potrà essere più saggio del drago più giovane, perché noi siamo nati con la più alta dignità, intelligenza e potere di tutte le creature.” Si avvicinò, con i suoi occhi che brillavano di una luce inquietante che non gli avevo mai visto prima. Il suo tono mi stuzzicava. “Ho imparato qualcosa di speciale. Vuoi sapere cosa?”

Mi rifiutai di acconsentire per via dei suoi modi orgogliosi e canzonatori.

“Non vuoi saperla?” Mi chiese, con uno sbuffo di fiamme diretto ad un innocuo albero, i cui rami superiori presero prontamente fuoco, bruciando come una di quelle torce utilizzate per illuminare gli insediamenti di umani durante la notte.

“Non penso che mi piaccia il modo in cui tu parli degli umani. Alcuni di loro sono stolti, è vero, e altri sono furiosi, avidi o egoisti, ma altri sono creature intelligenti, sagge e altruiste. Anche se sono d’accordo sul fatto che siano piccoli e deboli come individui. Si spezzano facilmente.”

“Sì, esatto, si spezzano veramente facilmente”, disse, con una roboante risata di scherno.

“Cosa vorresti dire?”

“Lo vedrai. E ti rivelerò comunque i miei speciali insegnamenti, dato che siamo gemelli e dovremmo condividere ogni cosa. Sai il grande oceano le cui onde si infrangono su questa terra?” Si avvicinò con un’aria compiaciuta sul suo feroce muso. “Esistono altre terre oltre di esso, e molte altre creature che vivono in queste altre terre.”

“Sì, lo so.”

Visto che la sua rivelazione non mi aveva stupito, uno scintillio d’ira si infiammò nei suoi occhi.

Avevo anch’io il mio orgoglio. Magari non seguivo Arcades per tutto il tempo, come faceva lui, per studiare i comportamenti, le abitudini, le leggi e le armi, ma tutto ciò che esisteva mi affascinava. Quindi, quando non stavo meditando o studiando la magia insieme a Te Ju Ki, osservavo tutti i dettagli della vita attorno alla città centrale e agli insediamenti vicini che erano nati in virtù della sua influenza, inclusi due porti marittimi.

Quindi, io dissi: “Alcuni hanno costruito delle barche con delle vele usate come ali, hanno attraversato le acque e sono tornati per raccontare la storia. L’idea di usare le vele come fossero delle ali è piuttosto ingegnosa, non trovi?”

“Sono sicuro che i draghi hanno insegnato loro tutto ciò che sanno, dato che ci sono dei draghi anche in quelle altre terre. Nonostante sia sicuro che quei draghi non siano proprio come noi e i nostri fratelli. Noi siamo i primi, dopotutto, e quindi siamo i più potenti.”

“Come fai a sapere che siamo noi i primi? Non abbiamo mai visto quelle altre terre e quegli altri draghi. Potrebbero essere caduti dalle ali del nostro progenitore prima di noi.”

“No, assolutamente no.”

Capii cosa voleva intendere: non voleva nemmeno considerare l’idea che fosse vero.

A volte non valeva proprio la pena litigare con Nicol. E comunque, ero molto stanco.

Il giorno successivo, mentre volavamo con il bel tempo e l’umore alto fianco a fianco, non volevo disturbare la nostra pace ritrovata. Forse, se avessi scavato più a fondo, avrei ricevuto un avvertimento su ciò che stava per arrivare.

Nonostante il nostro volo veloce, diretti verso il nostro obiettivo, ci vollero giorni e giorni per ripercorrere il nostro viaggio. Il primo indizio che ci indicò che stavamo raggiungendo la nostra destinazione arrivò sotto forma di alcuni macigni sfregiati da segni di artiglio a forma di quarto di cerchio bicurvato. Erano posizionati ad una distanza l’uno dall’altro che solamente un drago avrebbe potuto notare, agli angoli di una vasta pianura sulla quale pascolavano delle agitate mandrie di bisonti, antilopi, bufali d’acqua, cavalli e cervi.

“Questi segni sono troppo grandi perché possano averli fatti gli umani”, dissi.

“Ho fame”, rispose lui.

Lavorando insieme, uccidemmo facilmente quattro ricchi esemplari, facendo fuggire gli altri. Ci eravamo a malapena appostati per banchettare sulle nostre prede fresche quando il ruggito di un drago disturbò il nostro pacifico idillio. Palladia-Mors sfrecciò dal cielo, e noi balzammo all’indietro quando atterrò con un tonfo che scosse il terreno.

“Pensavo che voi due ve ne foste andati per sempre! Questo ora è il mio territorio di caccia. Tutto quanto.”

Nicol la osservava con cautela mentre io cercavo di calmarla: “Siamo solo di passaggio, mentre ci dirigiamo verso la montagna della nascita.”

“Meglio che non andiate lì”, disse lei, mentre afferrava i quattro cadaveri per portarli fuori dalla nostra portata.

“Perché mai?”

“Troppi problemi. Quegli umani si sono montati la testa e pensano di essere dei cacciatori di draghi.” Annusò attentamente gli animali morti, sporcandosi il muso di sangue, poi ingoiò un’antilope intera, con uno sgranocchio di denti e delle convulsioni per mandarla giù. Portando nuovamente il suo sguardo su di noi, ringhiò con un tremore che scosse le mie corna. Aveva il dono di gonfiarsi così da sembrare grande il doppio e dieci volte più feroce di quanto non lo fosse già. Dovetti sforzarmi di non indietreggiare alla sua vista, ma sapevo di non dover mostrare alcun segno di paura di fronte ad un predatore violento. “Ucciderò i loro capi quando avrò voglia, ma non adesso. Ora ho intenzione di mangiare questo delizioso banchetto che voi due mi avete così convenientemente cacciato.”

Nicol sembrava pronto ad avventarsi su di lei per combattere, ma con una sferzata della mia coda ottenni la sua attenzione e lo attirai in parte.

“Insieme, noi due possiamo avere la meglio”, disse. “Ora siamo più grandi, grandi quasi quanto lei.”

“Forse, ma vale davvero il rischio che ferisca o uccida uno di noi? Pensavo che stessimo andando alla montagna della nascita.”

Sbattè gli occhi una volta, e poi una seconda volta, più lentamente, e per un istante pensai che i suoi occhi si fossero trasformati in lenti cerchi che fecero girare su sé stessi i miei pensieri. Forse era arrivato il momento di affrontare uno dei nostri fratelli con uno scontro diretto… mi liberai di quell’irritante distrazione, artigliando un solco nel terreno con impazienza. Non avrebbe portato a nulla di buono scontrarsi con gli altri draghi. Il mondo era abbastanza vasto da poter vivere tutti in armonia facilmente, anche se ciò significava stare alla larga da coloro che proteggevano il proprio territorio con gelosia fervente.

“Cosa voleva dire con cacciatori di draghi?” Chiesi. “Perché sta evitando la montagna della nascita?”

“Presto lo scopriremo.”

Continuammo a volare, sempre più affamati, dato che Palladia-Mors aveva abbandonato le tre grasse carcasse per seguirci. Non aveva assolutamente senso cacciare fintanto che sarebbe stata abbastanza vicina da poterci rubare una qualsiasi preda nell’istante in cui l’avessimo abbattuta.

Ma quando apparve la montagna in lontananza, con le sue pendici lunghe e lisce e la sua forma simmetrica, tornò indietro.

Nicol la tenne d’occhio mentre si ritirava, ma io non riuscii a distogliere lo sguardo dalla montagna. Un brivido di sentimenti mi agitò. Non avevamo dei genitori, come una famiglia di umani. Avevamo soltanto un progenitore, invisibile, al quale non avevamo mai parlato, dai cui battiti d’ali siamo precipitati, come pula tolta da un fascio di grano. La montagna fu solamente il luogo imprevisto dove ci eravamo risvegliati, una casualità, una coincidenza. Cionondimeno, il picco mi richiamava come se avesse una voce composta da fili invisibili che mi attiravano sempre più vicino al suo segreto cuore fuso.

La montagna non era cambiata, o così pensai mentre ci avvicinavamo. Ma il panorama attorno era effettivamente cambiato. Al tempo della nostra nascita in caduta, una densa foresta si estendeva in ogni direzione attorno alla montagna, interrotta qua e là da qualche radura causata dall’affioramento di terreno roccioso o dalla caduta di un albero gigante. Ovviamente, il difficile ricordo della morte di nostra sorella in una di queste radure era ancora fresco come il sangue caldo delle bestie che avevamo ucciso poco tempo prima, la cui carne ci era stata rubata dalla nostra sorella viva.

Ma in quel momento. In quel momento, quale cambiamento notarono i nostri occhi stupefatti! La foresta era stata tagliata nel mezzo per far spazio a delle primitive strade che collegavano degli insediamenti fortificati, ciascuno attorniato da un’alta palizzata. Al di fuori delle mura, delle baracche erano ammassate contro la palizzata, come mendicanti che estendevano le braccia verso una ciotola piena di cibo. All’interno delle mura si trovavano delle capanne costruite molto più in grande, ciascuna circondata da una recinzione decorata con strisce di tessuto intrecciato e catene di campanelle in ottone. Con ogni raffica di vento l’aria si riempiva di suoni.

I cancelli dell’insediamento erano alti il doppio di un umano. Erano intagliati con una cruda e violenta scena che raffigurava dei cacciatori umani che piantavano le proprie lance nel corpo di un drago morente a terra.

Ma c’era qualcosa di ben peggio. La capanna più grande sorgeva al centro, rialzata grazie ad un cumulo artificiale di terra e attorniata da un muro di pietra che, al mio occhio, sembrava proteggerla dalle altre capanne. Sulla cima del suo cancello, legato ad un’enorme colonna, un teschio di drago osservava il tutto maliziosamente. Il sentiero che portava dal cancello all’entrata della grande capanna era stato tracciato al di sotto di arcate costruite con costole di drago fissate con dei pali.

Nicol sibilò con un lungo, basso suono furioso. “Hanno trasformato nostra sorella in un ornamento!”

Io ero troppo turbato per parlare.

Nonostante volassimo a grande altezza, dei corni segnalarono il nostro arrivo. Delle persone armate corsero verso i camminamenti delle mura. Altre andarono velocemente a piazzare degli enormi dardi di metallo all’interno di lancia-dardi simili a balestre enormi e fissate a terra. Più velocemente di quanto pensassi possibile, diversi di questi dardi vennero scagliati contro di noi con una traiettoria letale. Anche se Nicol riuscì ad evitarli con una manovra, la mia zampa posteriore sinistra venne tagliata da un colpo di striscio. Il graffio non era granché, ma una qualche sostanza nociva era stata cosparsa sulla punta e quel veleno stava ustionando la mia pelle. Il mio grido di dolore scosse l’aria. Cinque gocce del mio sangue caddero da quel taglio superficiale, precipitando verso terra, con ogni goccia grande quanto il pugno di un umano. Le persone si spingevano, graffiandosi e colpendosi mentre cercavano di andare sotto al sangue in caduta.

Due persone inclinarono la testa all’indietro e vennero colpite dritte al volto da una spruzzata del mio sangue. Una si buttò a terra, come in preghiera, con le mani strette al petto, e coloro che non avevano raggiunto il sangue in tempo si prostrarono attorno a lei. L’altro urlò di gioia, con le braccia alzate in modo trionfale mentre scuoteva la lancia e il coltello verso il cielo in segno di sfida, o come ringraziamento per un miracolo divino.

Quella confusione aveva agitato la folla in tal modo che le ultime tre gocce caddero al suolo. La gente si buttò in ginocchio per riempirsi la bocca di terra intrisa di sangue. Fu una scena orribile, ma non potevamo temporeggiare.

“Ugin!” gridò Nicol. “Vieni. Vieni!”

Una seconda raffica di dardi venne scagliata dalle baliste, diretta verso di noi. Io volai il più veloce possibile per non essere raggiunto. Il mio artiglio tremò di maliziosa agonia. La mia gamba stava iniziando ad intorpidirsi.

“Devo atterrare, Nicol.”

“No! Continua a volare.”

Non avevo le forze per controbattere. Nella foschia causata dal dolore, notai altri insediamenti incastonati nella foresta. Anche i più piccoli avevano almeno una balista come difesa. Chi viveva all’interno delle palizzate brandiva armi dalla lama di ferro, mentre coloro che vivevano nelle baracche faticavano in campi di roccia con strumenti in pietra sotto i colpi di frusta di crudeli sovrintendenti. I cancelli di quasi ogni palizzata erano adornati con i teschi di orsi o grossi lupi, mentre altri presentavano delle sculture che avrebbero dovuto assomigliare a dei draghi, formate da teschi umani legati insieme e che si prendevano gioco in modo macabro dei nobili lineamenti di un drago. In altri quattro insediamenti, la casa del capo era abbellita da un vero teschio di drago. Era curioso che questi insediamenti sorgessero molto distanti dal primo, come i vertici di un pentagono. Anche se colto dal dolore, riuscii a notare questi dettagli.

A dovuta distanza, Nicol rispettò il mio stato pietoso e tornò indietro, verso il picco della montagna della nascita. Lì, fiacco, debole e stanco oltre ogni misura, atterrai sulla nuda roccia dell’anello più alto del cratere. Se i draghi potessero piangere, avrei sicuramente pianto.

“Di qua.” Nicol mi portò sul lato rivolto verso nord, dove la copertura di neve dell’anno prima resisteva ancora.

Inserii il mio piede nella neve, spezzando la sua crosta per arrivare all’ammasso ghiacciato sottostante. Il sollievo del suo freddo estremo rinfrancò la mia carne dolorante. Lasciai cadere la mia testa sul terreno, con il respiro leggermente affannoso, mentre il dolore diminuiva.

Nicol si appollaiò sul punto più alto del cratere per sorvegliare i dintorni.

“Scaleranno la montagna per inseguirci”, disse, come se non vedesse l’ora di affrontarli.

“Questo picco non è troppo alto per essere scalato da dei fragili umani?” Mi sembrava ancora impossibile riuscire a volare. Volevo chiudere gli occhi e dormire, ma non mi azzardai a farlo. Dopo così tanti anni di vita nell’ordine e nella pace del dominio di Arcades, non riuscivo quasi a comprendere quanto fosse differente questo luogo.

“Non sono così fragili come pensi che siano”, disse Nicol. “La cupidigia non è fragile. L’ambizione non è fragile. Le loro armi possono ucciderci perché sono intelligenti. Perché lavorano insieme, come fecero quando uccisero nostra sorella. Ci verranno a inseguire perché siamo draghi. Vogliono ottenere il nostro potere per sé stessi.”

“Allora dovremmo andarcene subito. Se quel dardo avesse colpito più in profondità, il suo veleno avrebbe potuto uccidermi! Non mi stupisco che Palladia-Mors eviti questo orribile luogo.”

“Oh no, Ugin. Non avrai paura di queste persone, vero?”

Invece di rispondere, leccai il mio piede ferito, risucchiando il sangue amaro e sputandolo sul terreno.

Lui spiegò le ali, come in segno di sfida a qualsiasi umano che stesse osservando la parte alta della montagna dai piedi della nostra incredibile altezza. “Siamo venuti qui per vendicare nostra sorella, e riusciremo a vendicarla.”

“Non agirò come Vaevictis e i suoi fratelli, a macellare creature innocenti con lussuria indiscriminata!”

“Ma non dovrai uccidere proprio nessuno, fratello. Te lo prometto. Ho un piano, un piano molto astuto, perché ho imparato una cosa che nessun’altro sa fare.”

“Per ora è abbastanza, Tae Jin.” Nonna ordinò di fermarsi mentre le ombre del tardo pomeriggio si allungavano sul terreno. Il suo volto venne coperto da un’ombra: qualcosa che lui aveva raccontato nella storia la turbava, da quanto sembrava di capire Naiva, ma non aveva idea di come chiederglielo o se Nonna avesse voluto esternare le sue preoccupazioni.

Lui chinò la testa, obbedendo.

Avevano raggiunto la destinazione scelta da Nonna: un mucchio di macigni vicino ai quali spesso si accampavano i gruppi di cacciatori a difesa dei confini del territorio di Atarka. Le sporgenze delle rocce erano state scavate ulteriormente per poter offrire riparo dal vento e dalla pioggia, oltre che per coprirsi dallo sguardo delle creature volanti. C’era perfino un focolare astutamente creato all’interno di una pietra cava così da confondersi in mezzo agli altri macigni, con moltissime crepe e piccoli fori che incanalavano fuori il fumo in modo lento e discreto. Oltre i macigni, il fiume si riversava su una serie di terrazzamenti in discesa, formando una turbolenta schiuma che, con il suo costante mormorare, offriva un’altra forma di occultamento.

“Non accenderemo alcun fuoco, affinché i draghi non ci trovino grazie al suo calore e odore”, aggiunse Nonna.

Ovviamente, la mancanza di un fuoco non era un fastidio per i cacciatori. Il loro equipaggiamento li proteggeva dal freddo, e avevano comunque le provviste.

Assegnata al servizio di guardia, Naiva prese una strisciolina di carne secca e si fece strada verso il limitare degli alberi, rimuginando ancora sulla rivelazione riguardo gli altri mondi. In realtà non le andava giù che Baishya ricevesse un addestramento segreto. Ovvio che i sussurratori vivessero in costante pericolo da parte di Atarka. Ovvio che gli sciamani condividessero la propria conoscenza con altri loro simili. Ma quella sensazione di essere lasciata indietro la irritava comunque.

Si arrampicò su una delle rocce più esterne, ripiegandosi contro di essa per diventare parte integrante del macigno. Almeno aveva quel mondo, con la sua bellezza e le sue sfide. La posizione sopraelevata le fornì un’eccellente vista dell’area a nord-ovest: una vasta distesa di tundra che si estendeva verso la parte orientale del Qal Sisma. Dove la tundra si incontrava con le colline, un enorme baratro spaccava la terra. Il profondo canyon e le rocce spezzate erano troppo lontane per avere un visione chiara, ricoperte dalle ombre del tramonto imminente, ma una debole foschia bluastra aleggiava sul baratro, allo stesso modo in cui il respiro di una persona durante una fredda mattina si tramuta in vapore nell’aria ghiacciata.

Dei passi urtarono la roccia. Tae Jin si arrampicò di fianco a lei e si mise rannicchiato.

“È lì che stiamo andando”, disse Naiva. “La tomba di Ugin. A qualche giorno di cammino.”

“Sei già stata lì?”

“Sì. Una volta. Quando avevamo dodici anni.”

“Avevamo?”

“Ehi!” Baishya lì chiamò a bassa voce dal basso, poi si arrampicò. Il sole le illuminò il volto non appena raggiunse la cima, donando al suo viso una luce che Naiva invidiava. Sorrise vittoriosa a Tae Jin, cosa che infastidì ancora di più Naiva per quanto questo gesto sembrasse semplice per Baishya, mentre lei doveva avere a che fare con i propri desideri impulsivi e complicati.

“Io e Baishya, intendevo, e alcuni altri bambini su cui Nonna aveva posato lo sguardo.”

“Su cosa aveva posato lo sguardo la saggia Yasova?” Lui non aveva guardato nessuna di loro due, aveva osservato solamente il crepaccio e il modo in cui la luce cambiava sopra di esso man mano che il sole si abbassava. Sembrava come se qualcuno avesse acceso un fuoco blu nelle sue profondità, visibile sotto forma di disegni in costante movimento di nebbia lucente che aleggiava ai bordi del baratro.

Baishya le diede dei colpetti sul braccio per avvertirla. “Queste sono questioni della tribù, Nai.”

Infastidita da quel rimprovero, ancora indignata riguardo a ciò che aveva accennato Nonna, Naiva continuò senza pensarci. “Atarka detesta la magia. La teme. Nonna pensava che avesse potuto capire prima del tempo quali bambini avrebbero potuto avere il potenziale per diventare sussurratori, e avrebbe potuto nasconderli meglio dall’ira di Atarka. Pensava che forse, dormendo vicino alla tomba di Ugin, la presenza ancestrale dello Spirito Drago avrebbe potuto risvegliare prima la loro magia. In questo modo avrebbe potuto prepararli a celare il loro potere da Atarka o scappare nelle montagne per nascondersi.”

“Nai! Gli estranei non devono conoscere i nostri segreti.”

“Così mi è parso di capire!” disse bruscamente, prima di rivolgere la sua attenzione su Tae Jin, che osservava lo scambio con cauto interesse. “Ugin è morto. Non ci sono stati né sogni né miracoli.”

“Fino ad ora”, interruppe Baishya. “Il popolo del vento mi ha donato una visione. E sembra che anche il tuo maestro abbia ricevuto una visione da Ugin. Non è così?”

Lui annuì con molta serietà. “Questo è ciò che crede il mio maestro. Le tempeste che generano i draghi sono aumentate di potenza dalla morte di Ugin. Lui crede che ciò significhi che parte dell’essenza dello Spirito Drago resista ancora, e ha trovato la forza per mettersi in contatto. Ecco perché mi ha inviato-”

Naiva gli diede una gomitata per indurlo al silenzio. Stare vicina a lui era una cosa travolgente, le sue labbra, i suoi occhi, i sentimenti comuni ai giovani di interesse e desiderio, ma ciò non significava che aveva smesso di controllare il cielo e la terra in cerca di minacce. Le nuvole ad ovest avevano iniziato ad ammassarsi in una tempesta in arrivo.

“Là”, disse, non appena un fischio di Mattak, che era di guardia, riecheggiò.

Una strana ombra scoordinata si avvicinava attraverso il vespro, diretta verso di loro. Il suo volo era stranamente lento e goffo. Ebbero il tempo di scendere dal macigno prima che quella figura incombesse nelle vicinanze, rivelando la sua vera natura: il discendente di Atarka stava trasportando il corpo senza vita del drago Ojutai nei suoi artigli. Andò in picchiata verso il loro nascondiglio e fece cadere la carcassa appena oltre i macigni. L’impatto scosse il terreno, raddoppiato nel momento in cui anche il discendente colpì duramente la terra a fianco del cadavere, e con un’esplosione ardente diede fuoco a tutta l’erba secca attorno a lui. Del sangue gocciolava da dei profondi tagli inferti sui fianchi in seguito alla battaglia. Era già pesantemente ferito, gonfio di dolore.

“Venite fuori! La mia cugina mi ha raccontato la verità prima di morire. Traditore! Ammazza-draghi!”

Sentendo il loro odore, balzò in mezzo ai macigni.

Baishya gridò un avvertimento che avrebbe dovuto essere diretto agli altri cacciatori, ma non sarebbero mai riusciti a raggiungerli in tempo.

“Giù!” Tae Jin scattò davanti a lei, schivando le enormi zampe anteriori del drago mentre sbattevano contro il terreno.

Naiva spinse forte Baishya dietro una roccia, poi si abbassò e rotolò verso il macigno adiacente, proteggendosi. Il soffio infuocato del discendente infiammò l’erba sulla quale si trovavano. Le fiamme pizzicavano i piedi di Naiva mentre rigirò la propria lancia e sbirciò dietro il macigno.

Tae Jin era balzato via dalla coda sferzante del drago. Il movimento di taglio di una delle sue zampe posteriori lo colpì alla spalla, e lui si ritirò indietro.

L’ululato della creatura cadde come il colpo di un fulmine. “Ti ammazzo!”

Naiva saltò in bella vista e gridò cose senza senso per attirare la sua attenzione. Mentre il drago sibilava di sorpresa dopo la sua improvvisa comparsa, Tae Jin sbatté i suoi avambracci tra loro. Un luccichio di gelo simile a nebbia sussultò nelle sue mani. Con un sibilo di potente magia, le bianche scintille si allungarono per diventare una lunga lama spettrale che brillava, chiara, eppure senza una sostanza fisica, con la brillante elsa stretta nelle sue mani. Lui si fiondò sotto la testa del drago e, incredibilmente, tagliò di netto il suo ventre ricoperto di scaglie con un potente fendente della lama inconsistente. La sua rapidità nell’accovacciarsi di lato lo salvò dallo spruzzo di interiora che caddero a terra in una massa melmosa e puzzolente.

La creatura si schiantò in avanti, emettendo un sibilo mentre la sua testa sbatteva contro la terra. Tae Jin fece una capriola all’indietro per evitare di venire schiacciato, inciampò e cadde duramente. Nonostante ciò, il drago era ancora in vita. Barcollò in avanti, cercando di addentarlo. Sia Nonna che Fec gli urlarono contro, caricandolo da entrambi i lati per colpirlo al collo, cercando di farlo desistere. Baishya richiamò la sua magia ancora una volta, facendo scivolare di lato un’enorme roccia fino ad incunearla contro la spalla del drago, intrappolandolo. Se fosse stato incolume, avrebbe potuto scrollarsi di dosso quel peso, ma i suoi sforzi si stavano indebolendo.

Naiva conficcò la punta di ossidiana della sua lancia nell’occhio immobile del drago, con la pietra tagliente che lacerò la dura superficie esterna per scivolare all’interno della sfera argentea fino a raggiungere il morbido cervello al di sotto. La bestia fremette e, con un ultimo sospiro, tossì delle braci lucenti.

Lei tirò fuori la lancia. Le braci si indebolirono, essendo a terra, e morirono.

Il vento soffiava sul suo volto, riversando nelle sue narici il caldo odore di miele del sangue di drago. Uccidere un drago era un crimine. Eppure era esaltata, perché non aveva esitato. Come una vera cacciatrice, non si era persa d’animo prima dell’attacco. I draghi erano molto più potenti degli umani, ma potevano essere uccisi.

Eppure, cos’era quella spada spettrale che aveva aperto a metà il suo ventre? Tae Jin era morto?

Camminò cautamente attorno al corpo senza vita che emanava odore di zolfo e miele. Tae Jin era sdraiato di schiena, col volto stremato e gli occhi chiusi, ma respirava ancora. Del sangue fresco macchiava la sua tunica. Il tessuto era stato tagliato sulla spalla destra, con un lembo che era ceduto. Il vestito strappato espose la sua muscolatura affinata ed un marchio scintillante che la percorreva: simile al segno di un colpo doppio di artiglio di drago che aveva colpito la spalla fino ad arrivare al petto. Lei non aveva mai visto un marchio del genere prima d’ora, così straordinario e bello.

Inginocchiandosi, toccò dolcemente il suo volto. I suoi occhi si aprirono. Vedendo lei, sbatté le palpebre una volta, e poi di nuovo, come per assicurarsi che non la vedesse doppia.

“Sei molto coraggiosa”, disse lui.

Lei arrossì, talmente grata di quel complimento che non seppe come rispondere. Ma quando lui sorrise, lei ritrovò la sua voce. “È morto. L’abbiamo ucciso. Ma che razza di arma hai usato?”

“Ci hai mentito, Tae Jin.”

La dura voce di Nonna interruppe la conversazione mentre il resto del gruppo si stava ammassando in una distesa di lance per osservare i draghi morti ed il giovane girovago.

“Tu porti il marchio del drago di un guerriero del fuoco spettrale. Shu Yun fece un accordo secondo il quale tutti i guerrieri del fuoco spettrale sarebbero morti in cambio della vita di tutti gli altri Jeskai. Quindi, ora dimmi: com’è possibile che tu possa esistere?”

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