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Personaggio
Anafenza
Nome Anafenza
Originario di Tarkir
Lifetime Data sconosciuta
Razza prima Umano, poi Spirito
Titolo La Preminente, Khan degli Abzan, Spirito dell'Albero Atavico
Stato Spirito


Anafenza è il khan degli Abzan. Nel nuovo presente di Tarkir non è diventata Khan ma un capitano al servizio di Dromoka. Scoprì le antiche tradizioni dei suoi antenati e a causa di ciò venne uccisa, per poi tornare sotto forma di spirito.

Legami vincolanti e consanguineitàModifica

Sulla Via del Sale, la polvere entrava ovunque. Anafenza si svegliò di nuovo per gli sbandamenti della gigantesca fortezza su ruote che veniva messa in movimento dal behemoth che la trainava e osservò i granelli di polvere che vorticavano alla luce del sole che inondava la sua camera. A tredici anni aveva trascorso la maggior parte della vita passando da una città all'altra in tutte le terre degli Abzan, come membro di una delle più ricche casate di mercanti del clan. La sua era una vita costruita intorno alla routine e alla famiglia; si allenava all'uso della spada e dell'arco, imparava a leggere le cartine e le mappe, fondamentali alla sopravvivenza nelle Distese Cangianti, in città praticava l'arte della negoziazione e il commercio, sebbene non possedesse l'eleganza diplomatica che caratterizzava il resto della sua casata. Sulle fortezze mobili, prima o poi a tutti capitava di essere vicini a una crisi di nervi e ognuno aveva bisogno di uno sfogo, per Anafenza era il taglio della sua chioma. Entrò nello studio della fortezza venendo salutata da suo cugino, Oret, il cartografo della casata che aveva quasi dieci anni più di lei e un'infinita scorta di racconti delle terre oltre i confini degli Abzan. Come sempre, sul tavolo di fronte a suo cugino era disposta una mappa, ogni volta che gli recava visita, lui le chiedeva dove si trovavano sulla mappa e lei era quasi sempre in grado di trovare la posizione corretta. Alla sua domanda rispose che erano a due giorni di cammino da Arashin, lungo la Via del Sale ma non le venne in mente il nome della città che avevano appena lasciato. Una voce bassa e roca che non apparteneva a suo cugino disse che si trattava di Kavah e Anafenza alzò gli occhi al cielo. A parlare era stato Gvar Barzeel, un Krumar che la irritava sempre. Le usanze imponevano agli Abzan di prendersi cura dei bambini dei nemici uccisi in battaglia e per questo motivo Gvar era tornato con uno degli zii di Anafenza, il cui cugino preferito venne ucciso durante lo scontro vittorioso contro i Mardu. Oret si congratulò con lui e nella stanza entrarono i genitori di Anafenza insieme a uno zio della ragazza, suo padre disse che aveva appena saputo che una spedizione di tinture era appena arrivata a Kavah e voleva tornare indietro; chiese quindi l'opinione del cartografo che rispose che le tempeste di sabbia si stavano intesificando dietro di loro ed era meglio proseguire verso la capitale. La risposta di Oret non fu gradita da sua madre e l'intera stanza esplose in un litigio. Anafenza e Gvar vennero accompagnati fuori dalla stanza e lei si incamminò all'interno della fortezza dove cresceva l'albero della sua famiglia, Gvar la seguì e le chiese chiamandola cugina se pensava che sarebbero tornati a Kavah. Anafenza si guardò intorno, poi rispose che loro non erano cugini e nemmeno membri della stessa famiglia, che il suo vero cugino era morto combattendo il suo clan e che lui era lì solo perchè gli Abzan non erano dei selvaggi. Con tranquillità Gvar le rispose che avevano qualcosa in comune e quando lei chiese con rabbia di cosa stesse parlando, lui disse che nessuno dei due aveva scelto la propria famiglia. Anafenza lo guarò dritto negli occhi, poi iniziò a salire sull'albero sapendo che una volta arrivata in cima lui sarebbe stato nascosto dalla sua vista. In cima all'albero Anafenza venne raggiunta da Hakrez, la più esperta guerriera della famiglia e guardiana dell'albero il cui compito era quello di proteggerlo dai nemici. Chiese dove si trovavano e Anafenza esitò, poi rispose che erano sull'albero e lei la corresse dicendo che erano sul loro albero atavico e chiese cosa significasse. Anafenza ebbe all'improvviso la sensazione di aver commesso un errore, rispose che era l'albero della loro famiglia e Hakrez la coresse di nuovo dicendole che era l'albero della loro parentela, sia di sangue che di legami vincolanti e apparteneva a tutti. Anafenza sapeva che i guardiani dell'albero avevano una connessione speciale con gli spiriti dei progenitori e ciò sembrava dare alle loro parole una saggezza in più, come se le parole provenissero da ere lontane. Riflettè sulle parole di Hakrez e rimase sull'albero per ore, osservando le armate Abzan che marciavano ai lati della fortezza mobile. Si accorse che non avevano cambiato direzione, erano ancora diretti a Arashin e sorrise all'idea di sgranchirsi nei suoi mercati. Sbirciò tra le dune di sabbia, il deserto si stendeva in ogni direzione e mentre osservava vide qualcosa emergere dalla sabbia, un elefante zombie. La fanteria si mise in posizione difensiva, ma prima che la creatura rianimata si sollevasse completamente, altre tre emersero dalla sabbia, poi ci fu il caos. Anafenza sentì qualcuno nella piazza urlare che era un'imboscata, un attacco da parte dei Sultai. Nell'albero atavico, Anafenza sentì un'improvvisa raffica di vento, la polvere vorticò prima di prendere la forma di tre guerrieri Abzan, spiriti progenitori che la salutarono con un cenno del capo per poi sfrecciare verso una delle creature non-morte e la attaccarono con le loro armi spettrali. Un mastodonte zombie crollò al suolo, ma gli altri raggiunsero la fortezza e con uno dei loro attacchi fecero finire Anafenza, che si trovava ancora sull'albero, sdraiata sulla sabbia. Si alzò dolorante e osservò la fortezza che giageva su un lato, a breve distanza dall'albero atavico completamente in frantumi, tutto intorno si trovavano soldati Abzan privi di vita e tra loro c'era anche Hakrez. Fu destata dallo squillo di un corno e Anafenza si aggirò nella fortezza caduta nella speranza di trovare membri della sua casata che combattevano le creature non-morte, ma la scena che le si presentò davanti era per lei contro natura: vide Abzan massacrare altri Abzan. Le persone stavano cercando di uscire dalla fortezza attraverso le strette finestre ma prima di riuscirci venivano massacrati da soldati della loro stessa stirpe. Con gli occhi spalancati dall'orrore, Anafenza chiamò i suoi genitori e Oret, ma non ricevette risposta, si piegò e prese la spada di un soldato caduto, quando si rialzò vide Gwar che le disse che i suoi genitori erano morti così come il suo padre di legame, lei lo ignorò e l'orco si mise nuovamente davanti a lei e le disse che erano stati traditi e che dovevano andarsene, prima che finisse di parlare vennero attaccati da degli arcieri e Anafenza aiutò Gvar ad alzarsi. I due si diressero verso la copertura delle Distese Cangianti senza mai fermarsi. Per la maggior parte del giorno, camminarono in silenzio, faticavano a ogni passo sulla sabbia, ma continuarono ad allontanarsi dalla carneficina. Dopo un po' Gvar aprì la mano e le mostrò un piccolo grappolo d'uva e le disse di mangiarne un po', Anafenza lo ringraziò e ne prese una parte, Gvar sorrise e non disse niente. I due proseguirono per raggiungere la capitale e Anafenza chiese con amarezza all'orco se dopo quello che era successo avesse ancora la sua ammirazione per gli Abzan e se erano i Mardu i veri selvaggi. Gvar rispose che lui era un Abzan, perchè quando era piccolo suo zio aveva ucciso i suoi genitori di sangue in battaglia lasciandolo solo, ma suo zio lo accolse nella sua casa e si prese cura di lui. Spiegò che se le cose fossero andate al contrario e lui fosse stato un bambino Abzan, i guerrieri Mardu avrebbero ucciso anche lui dopo la sua famiglia. Si voltò verso Anafenza e disse che la loro casata era stata tradita ma il loro clan avrebbe preteso giustizia. Continuaro a camminare e alla fine arrivarono in un villaggio abbandonato, si separarono e cercarono un punto sicuro in cui riposarsi. Anafenza vide l'albero atavico del villaggio e corse in quella direzione, premette la fronte contro il tronco e represse un urlo mettendosi un braccio davanti alle labbra, pensò che la sua famiglia non c'era più e scoppiò a piangere, rimase là fino al tramonto finchè non sentì Gvar urlare che erano stati seguiti e di fuggire. Lei lo chiamò e lui le disse di andare avanti e che l'avrebbe seguita. Anafenza si nascose nell'albero e vide Gvar correre inseguito da due guerrieri umani che indossavano le armature Abzan, Anafenza strinse forte la spada e si lanciò di corsa dietro i traditori, uno dei due si voltò e lei lo colpì con la spada uccidendolo. Gvar e il suo secondo inseguitore si voltarono e l'attaccante rimasto sollevò la sua spada per colpirla ma prima che potesse abbassarla, l'orco lo colpì al collo, i due lottarono al suolo e alla fine Gvar riuscì a bloccarlo. Anafenza gli si avvicino e gli puntò la spada alla gola e l'uomo smise di opporsi alla stretta di Gvar, lei lo interrogò per sapere chi c'era dietro a quel tradimento, il guerriero non parlò e Anafenza fece pressione con la spada e disse che se non avesse detto nulla avrebbero ritenuto che era lui il responsabile e che loro erano alla ricerca di vendetta e lo avrebbero fatto soffrire. L'uomo rispose che era stato un membro della sua casata: Oret.

VendettaModifica

Dieci anni dopo, ad Arashin, Anafenza salì sul Primo Albero e osservò le mura che proteggevano la capitale. Vide la strada che portava alle Distese Cangianti, si voltò controvento per assaporare il soffio familiare del deserto, che portava con sé tanti ricordi colmi di emozioni, seguì i suoi pensieri che andavano alla deriva verso il passato. La sua famiglia non c'era più, era rimasto solo un membro e lei voleva che lui si ricordasse di lei per come era stata anni prima, non era più la stessa persona e lui si sarebbe accorto di ciò che era diventata. Una voce proveniente da sotto chiamò il Khan e Anafenza sorrise mentre si sentì chiamare in quel modo. Rispose a Kwaro, il capitano aviano della sua guardia e chiese se c'erano novità, lui rispose che i condottieri delle casate si erano riuniti tutti e lei pensò che c'era anche quello che contava di più. Anafenza tornò a terra, sorpresa dalla propria serenità, era glaciale e composta, preparata per svolgere il suo ruolo e per la prima volta si sentì veramente un Khan. Le imponenti porte si aprirono e Anafenza aspettò in piedi di fronte al Trono d'Ambra per accogliere i delegati. Le casate degli Abzan non erano solite giurare fedeltà al loro Khan, rafforzavano invece la loro parentela attraverso un legame di sangue o vincolante dal momento che la fedeltà poteva cambiare ma i rapporti di parentela erano considerati sacri. le casate avevano eletto Anafenza come loro Khan ed erano lì per vincolare la loro parentela con lei. La prima fu Marrit della Casata Emesh, che accoglieva il Khan come sorella della sua casata, Anafenza concluse la cerimonia dicendo che ora erano sorelle e si abbracciarono in modo formale. La processione proseguì nello stesso modo per ogni casata e quando l'ultimo si avvicinò, arrivò per Anafenza il momento che aveva atteso da tanto tempo, il sorriso di Oret svanì e i suoi occhi si dilatarono prima di accettazione, poi per la paura; la osservò in silenzio con la bocca leggermente aperta. Il Khan fece un cenno a Gvar che si avvicinò e costrinse l'uomo a inginocchiarsi, Anafenza risalì il podio verso il suo trono e prese la sua spada. Lui implorò e Anafenza disse che le sue mappe contenevano segreti di cui solo lui era a conoscenza, ma che anche lui era costretto a giurare parentela al nuovo Khan. Oret replicò che sarebbe dovuta essere morta e lei rispose che era il Khan, l'uomo supplicò nuovamente dicendole che era l'ultimo membro della sua famiglia rimasto. Anafenza guardò verso l'orco e sul suo viso si dipinse un sorriso, poi disse a Oret che lui non era la sua famiglia, Il Khan fece scattare il polso e la lama guizzò, una riga rossa apparve sul volto di Oret, dall'orecchio al mento, senza spostare lo sguardo da lui, Anafenza disse che al cospetto del Primo Albero e dei loro progenitori, lei lo rinnegava, non avevano più alcun legame di sangue, da quel momento lui era suo nemico e se si fossero incontrati nuovamente sul campo di battaglia, lo avrebbe ucciso. Il suo spirito sarebbe stato senza patria e costretto a vagare in agonia per l'eternità. Si rivolse a Gvar e disse a suo fratello di accompagnare Oret fuori di lì.

La preminenteModifica

Anafenza partecipa alla battaglia a bordo di una biga pesante trainata dai suoi due preziosi stambecchi. Dirige la battaglia dalle prime linee, sempre visibile ai suoi soldati e alla guida di ogni carica, con la guardia scelta di guerrieri aviani sempre al suo fianco. Anafeza regna dalla Fortezza di Mer-Ek, che protegge la città di Arashin, situata nel cuore del territorio Abzan. Scende in guerra non per conquistare, bensì per mantenere le rotte commerciali che permettono al suo clan di prosperare e per proteggere il suo popolo e la sua terra dagli invasori Sultai e Mardu.

Un nuovo passatoModifica

Quando Sarkhan Vol impedì la morte di Ugin 1280 anni nel passato di Tarkir, alterò il destino del piano e nel nuovo presente che si formò la storia di Anafenza cambiò.

La guardianaModifica

Nel nuovo presente di Tarkir, Anafenza diede un'occhiata sopra la spalla alla ricerca dell'assalto nemico che sapeva sarebbe arrivato presto. Suo cugino Oret chiese se li avessero seminati e lei dopo aver visto che nel cielo si stavano radunando nubi oscure e torbide rispose che non lo credeva. Oret disse che dovevano attendere il loro signore delle scaglie e che lui avrebbe respinto l'offensiva nemica. Anafenza virò così improvvisamente che Oret venne quasi sbalzato dalla sella nel tentativo di arrestare il suo destriero, sua cugina disse che il loro signore era impegnato in un'altra impresa e indicò le montagne che si innalzavano oltre l'estremità del canyon e Oret vide la possente creatura che combatteva contro un drago del Clan Kolaghan. Oret aveva combattuto sotto il comando di Anafenza per molti anni e non l'aveva mai vista comportarsi in modo frettoloso, la guerriera aveva sempre un piano che mostrava che non si faceva mai sorprendere e che si era adeguatamente preparata per affrontare. Oret pensò che quella volta erano lontani dalla loro fortezza perduta, le loro linee erano state sconfitte e stavano fuggendo per salvarsi la vita dal grosso dell'orda dei guerrieri Kolaghan. Le urla dei nemici dietro di loro divennero presto grida sporadiche e confuse, Anafenza cambiò direzione e si infilò in un'apertura nella parete del canyon, Oret la mancò e cavalcò oltre per poi rallentare e ritornare indietro. Ci fu uno scoppio nell'aria a soli tre passi da lui e si ritrovò a terra con un orco su di lui che stava per ucciderlo. Tornata indietro, Anafenza gli urlò di spostarsi, lui ubbidì e la donna si fece avanti avvolta in una luce dorata scintillante, con la sabbia intorno ai suoi piedi che si increspava come se fosse viva. Anafenza fece un movimento con una mano e la luce vorticante si avvolse intorno al suo braccio per poi scagliarsi contro l'orco, lo attraversò strappando qualcosa di invisibile ma vitale, lasciandolo senza vita nella polvere. Anafenza indicò uno stretto cammino dietro di sé e disse di andare, che Gvar e la sua orda sarebbero presto arrivati e loro dovevano prepararsi ad accoglierli. Lui la seguì e vide che l'unica via di fuga era quella da cui provenivano, fece notare che si trovavano in un vicolo cieco e lei rispose che era ottimo e che per i loro nemici sarebbe stato più difficile fuggire. Oret analizzò nervosamente la zona e vide l'albero e i frammenti d'ambra sparsi intorno a essi, prese un frammento e chiese cosa fosse e Anafenza rispose che era ambra, un materiale speciale e spiegò che i vasi in frantumi ai suoi piedi erano stati usati per trasportare gli spiriti. Oret fece cadere il frammento come se fosse stato incandescente e disse che non dovevano trovarsi in quel luogo, con voce rassicurante Anafenza disse che voleva mostrargli qualcosa, prese la mano di suo cugino la mise sul tronco dell'albero e gli disse di osservare da vicino. Oret si piegò e vide centinaia di nomi incisi, indietreggiò e chiese se fossero nomi maledetti e Anafenza spiegò che la prima volta che li aveva visti lo aveva pensato anche lei ma che alla fine era giunta a un'altra conclusione: molte persone avevano percorso un lungo cammino per portarli lì, gli spiriti potevano essere trasportati nell'ambra, ma credeva che l'albero fosse il punto di riferimento. Oret chiese se fosse stata lì altre volte e lei rispose di si e disse a suo cugino di andare dietro di lei e che avrebbe visto qualcosa di sorprendente, lui rispose che non poteva farlo e sguainò la spada pronto a combattere contro i nemici che li avevano infine raggiunti. Una voce esterna disse che sperava che quella corsa avesse lasciato in loro due un po' di forza per combattere e appena terminò la frase, la figura imponente di Gvar entrò; l'orco si presentò e disse che aveva devastato i loro cancelli e fatto crollare le loro mura. Anafenza sguainò il suo spadone a due mani e replicò che quei tre fatti sarebbero stati il motivo per cui non sarebbe uscito vivo da quel luogo. Decine di guerrieri Kolaghan entrarono nella camera dietro Gvar e tra loro c'erano anche sciamani che iniziarono a evocare i fulmini. Col massimo controllo Anafenza si tolse l'elmo e si sporse fino a toccare con la mano un ramo nodoso e disse "Spiriti di questo albero, progenitori del mio popolo, i vostri discendenti hanno bisogno di voi". Non era la prima volta che pronunciava quelle parole, l'aria della camera iniziò immediatamente a rimestarsi, la polvere si sollevò e minuscoli granelli d'ambra dorati si sollevarono con essa e i guerrieri nemici radunati dall'altro lato della camera si arrestarono. Anafenza era a mala pena visibile attraverso il turbine di polvere ma chiamò Oret e gli disse nuovamente di andare dietro di lei e lui si mosse dall'altro lato dell'albero. Forme umane si alzarono dalla polvere indossando armature antiche e vorticarono verso Anafenza unendosi a lei finchè non divenne un'immagine d'ambra luminosa; la guerriera si staccò dalle radici, fece un altro passo avanti e dopo solo un istante si ritrovò tra i Kolaghan. Anafenza era una massa terrificante di parti di spiriti feroci e vendicativi, sabbia e polvere si muovevano nel vento spinti da un infinito flusso di spiriti furibondi che continuavano a sgorgare dall'albero e nella confusione, Oret riuscì a seguire i movimenti di sua cugina solo grazie ai bagliori della sua lama e alle urla che provocava nei nemici che uccideva. Anafenza non ebbe pietà per nessuno di loro e quando abbattè l'ultimo dei guerrieri di Gvar, draghi della stirpe di Kolaghan scesero dal cielo verso di lei. Completamente calma Anafenza sollevò semplicemente lo sguardo e gli spiriti si sollevarono tutti insieme per scontrarsi con il drago alla guida, i progenitori Abzan si mossero tutti insieme come un imponente proiettile di luce dorata, il drago tentò di inverire la rotta ma lo fece troppo tardi e venne facilmente ucciso, gli spiriti si separarono per divorare ciò che rimaneva della creatura e vedendo ciò gli altri draghi si ritirarono tra le nubi. Dopo che tutto finì gli spiriti si ritirarono e Anafenza crollò a terra esausta e Oret si avvicinò a lei preoccupato ma dopo che sua cugina pronunciò il suo nome, sorrise e le disse di non sforzarsi, lei rispose che stava bene e lui disse che non aveva mai visto nulla del genere e Anafenza spiegò che tutti quei progenitori erano legati da un obiettivo comune: proteggere i loro discendenti, il loro popolo; continuò che non c'era alcun intigro politico, nessun sotterfugio per favorire i draghi e che tutto era puro e potente. Una folata improvvisa agitò la sabbia, il loro signore delle scaglie era arrivato e mandò in frantumi l'albero con il suo peso. Insieme a esso andarono in frantumi anche gli ultimi brandelli di obbedienza di Anafenza che a denti stretti disse che lui aveva visto, Oret si inchinò al suo signore mentre lei continuava a fissare il drago negli occhi, suo cugino la implorò ma Anafenza era consapevole del costo della convocazione degli spiriti, ciò che il Clan Dromoka considerava necromanzia, la punizione per ciò che aveva fatto era la morte: il loro signore delle scaglie avrebbe aperto le fauci e avrebbe scatenato su di lei un'esplosione di luce bruciante che avrebbe rimosso ogni strato della sua carne fino a consumare anche lo spirito. Il drago sollevò il capo e Oret si mise tra il suo signore delle scaglie e il suo capitano e Anafenza gli disse che quello era il modo in cui doveva andare, di togliersi di mezzo, che non c'era alcuna via d'uscita per lei e che la sua vita era segnata dalla sua azione. Oret non si mosse e disse al drago che lo implorava con tutto il rispetto di uno dei suoi umili servitori di soddisfare un solo desiderio, i draghi non si abbassavano a parlare la lingua del popolo ma lì non c'era nessun traduttore della lingua draconica e quindi le sue azioni avrebbero parlato per lui. Oret continuò che il suo capitano aveva praticato la necromanzia, un'affronto che necessitava di una punizione e chiese il permesso di essere lui a portare a termine l'esecuzione. Lo sguardo del drago si spostò su di lui, poi su Anafenza e infine nuovamente su Oret a cui fece un gesto col capo che lui interpretò come assenso. Anafenza non fece alcun tentativo di fuggire, era serena come sempre. S'inginocchio per ricevere la sentenza e mentre lui si piegava per raccogliere lo spadone a due mani si voltò e gli sorrise. Oret sollevò l'arma sopra la testa, sussurrò a sua cugina che quella non era la fine e un istante dopo tutto terminò.

Spirito dell'albero atavicoModifica

Dopo la sua morte gli eserciti di Dromoka raccontarono di una figura spettrale dalle sembianze di Anafenza che combatte al loro fianco e li incita alla battaglia. Coloro che comunicano con gli spiriti (in segreto)  dicono che Anafenza abbia conservato la sua anima in un albero atavico, in modo da poter continuare ad aiutare il suo clan anche dopo la morte.

ReferenzeModifica

Rappresentata inModifica

Testi di coloreModifica

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